Il dialogo con i testimoni. Un percorso autobiografico
illustrazione di Franco Matticchio

Quello che segue è l’intervento che Gabriella Gribaudi ha tenuto al convegno di Trento del 2015 organizzato dall’AISO con il Museo Storico del Trentino ed è stato pubblicato negli atti del convegno in Archivio Trentino. Rivista interdisciplinare di studi sull’età moderna e contemporanea, n. 1, 2016 .

Ho incominciato a lavorare con la storia orale molti anni fa nella mia ricerca su Eboli, una storia di comunità seguita per un secolo: 1880-1980. Avevo studiato l’intervento pubblico sul Mezzogiorno. L’interpretazione prevalente era allora quella economica, la categoria più utilizzata in quegli anni, gli anni Settanta, quella della dipendenza. Ma era un approccio che non mi convinceva del tutto: l’intervento veniva descritto come un processo calato dall’alto, unico in grado di produrre trasformazioni e ‹progresso› a livello locale, la società vi compariva come un’entità priva di caratteristiche originali, incapace di azioni innovative, mancava un’analisi dell’interazione fra i vari livelli. Così ripercorsi quegli stessi studi attraverso categorie antropologiche che offrissero una rappresentazione diversa del rapporto centro-periferia, fra sistema politico nazionale e comunità locali. Fu in un certo senso un lavoro di decostruzione di interpretazioni e paradigmi consolidati; il passaggio successivo fu quello di calare temi e concetti in un contesto storico e geografico, confrontandomi con le esperienze concrete, con i processi multiformi alla base delle trasformazioni sociali.

Scelsi allora di studiare una comunità con una lunga storia e una complessa stratificazione sociale, al centro di rilevanti trasformazioni politiche, sociali, economiche. Mi immersi nella realtà locale dove, seguendo un approccio antropologico, feci lunghi soggiorni. Incrociai lavoro di campo, storia orale e documentazione di archivio: accanto alle storie di vita, ricostruii lunghe genealogie familiari attraverso lo stato civile, gli atti notarili, i testamenti, i contratti matrimoniali, le doti eccetera. Analizzai i processi al tribunale di Salerno, le carte dei sottoprefetti e dei prefetti da cui emergevano liti, conflitti secolari. Donne e uomini realissimi apparivano sotto i miei occhi. Sapevo tutto di loro e dei loro antenati: storie intime, figli naturali, matrimoni, incarcerazioni, fallimenti… Che fare? Mi sono ispirata al paradigma antropologico che in parte avevo seguito. Tutti gli antropologi che avevano svolto studi di comunità nel Mezzo- giorno in quegli anni (ad esempio, Jon Davis, Anton Blok, Jane e Peter Schneider, Fortunata Piselli) avevano cambiato il nome della comunità analizzata. E così in un primo saggio diedi a Eboli un nome fittizio. Ma ero anche una storica che fra le altre cose aveva studiato le lotte contadine, non si poteva non contestualizzarle anche in uno spazio geografico concreto. E così sono tornata al nome reale ma, per garantire l’anonimato ai tanti protagonisti del libro, decisi di cambiare tutti i nomi indistintamente, perché sarebbe stato molto difficile scegliere chi oscurare e chi rendere noto. Questo ha dato luogo a una sorta di gioco per indovinare chi si celava sotto i nomi fittizi, ma è anche capitato che qualcuno si sia dispiaciuto di non essere apparso con il suo nome. Un uomo venne da me per dirmelo: era il figlio di un capraio molto famoso – il suo soprannome era Tempestiello – ed era ricordato come un uomo bello, alto, possente, bandito e giustiziere del popolo secondo una versione, malandrino e guappo violento secondo un’altra. Era stato in carcere accusato di concorso in omicidio, morì ucciso da un altro capraio, qualcuno dice a causa di una tenzone su donne, altri per una lite sul pascolo.

I caprai erano personaggi mitici in paese, su di loro erano state costruite numerose leggende: duri, forti, violenti quando era necessario, avevano an- che lottato contro il fascismo, che aveva loro imposto la tassa sulle capre, rovinandoli economicamente. Una tipica storia degli anni Sessanta e Settanta: i caprai, già in crisi nel ventennio fascista, scomparivano definitivamente nel secondo dopoguerra e alcuni dei loro discendenti, come molti altri figli di contadini, di artigiani, di pastori, venivano assunti in una qualche mansione minore nel settore pubblico. Il figlio di Tempestiello era diventato, ad esempio, un semplice ‹spazzino›: l’uomo era dunque diventato uno dei tanti picco- li impiegati, per di più in un settore che non rivestiva alcun prestigio sociale, e pensava con nostalgia e fierezza al ruolo mitico e al rispetto attribuito al padre che lui non avrebbe mai potuto avere. Io gli avevo sottratto l’occasione per rivendicare una per lui nobile identità.

Se riscrivessi oggi A Eboli[i] ripenserei a tutto questo. Il dialogo con le persone non avrebbe dovuto interrompersi neppure nella fase finale di stesura. C’è un problema di restituzione, che va negoziato caso per caso. Dopo Eboli ho studiato la guerra. Ci sono arrivata attraverso le storie di vita, storie di una generazione al cui centro c’era l’esperienza bellica. Il passaggio allo studio della Seconda Guerra Mondiale dal punto di vista della popolazione civile è stato naturale. In questo caso il problema non era certo quello di oscurare l’identità del testimone. Chi si offriva di testimoniare lo faceva proprio perché la sua vicenda venisse accolta nello spazio pubblico, perché fosse riconosciuta. Chi aveva avuto vittime in famiglia desiderava che la morte dei suoi cari fosse in qualche modo risarcita con la memoria postuma. A questo proposito mi è accaduto un caso significativo. Enea Cervasio, generale in pensione, nato nel 1931, mi ha cercata dopo aver letto il mio libro Guerra totale[ii], perché voleva raccontarmi la sua storia, desiderava che emergesse in una dimensione pubblica, che io la scrivessi. Aveva perso tutta la famiglia, padre madre due sorelline e un fratellino, mentre scappavano tutti insieme sulle colline dietro Salerno, nel settembre 1943, durante lo sbarco degli Alleati, nel pieno della controffensiva tedesca. Lui, allora tredicenne, era il primo della fila, dietro di lui tutti gli altri. Una cannonata li colpì in pieno, tutti meno lui, che racconta con un’immagine durissima i corpi di tutta la sua famiglia straziati. Un’immagine fotografica terribilmente nitida. Per molto tempo ha dovuto allontanare da sé il ricordo, quando gli tornava in mente lo cacciava – ci dice – altrimenti non avrebbe potuto sopravvivere. Solo dopo molti anni, 30-40 anni dopo quel fatidico settembre 1943, quando il ricordo si fece «più dolce», ha potuto affrontarlo ed è stato allora che ha ripreso i corpi dei genitori e dei fratelli tumulati a Salerno e li ha ricomposti insieme in una tomba a Napoli, la loro città. Per lui, come per tanti altri testimoni, narrare la morte dei cari è stato come elaborare di nuovo il lutto, ricordarli vuol dire anche offrire loro una nuova sepoltura[iii]. Qui il nostro ruolo è chiaro: siamo chiamati a raccogliere una storia privata traumatica per por- tarla in una dimensione pubblica, ad avvicinare il microfono a chi ne è lontano, per usare la metafora proposta da Jay Winter[iv].

Un caso particolare è stato per me quello delle donne che avevano subito violenza dai soldati del Corpo di spedizione francese lungo la linea Gustav nel maggio 1944. Anch’esse desideravano che la loro storia fosse riconosciuta perché avevano dovuto soffrire in silenzio per anni. Il dialogo con queste donne è stato un momento di intensa emozione e di turbamento. Arrivate al racconto della violenza la loro sofferenza si rinnovava e io soffrivo con loro. Mi hanno fatto immaginare quello che era successo dopo e io non ho chiesto di più: il silenzio era profondo e significativo. La giovane studentessa che collaborava alla ricerca, nata e vissuta in uno dei paesi attraversa- ti dalle truppe, registrò invece racconti incredibilmente realistici: la violenza era evocata e descritta con particolari durissimi. Quali i motivi della differenza? Un diverso senso del pudore? Un dialogo particolare dovuto alla diversità delle generazioni? Una donna anziana che vuole far capire a una giovane la sua sofferenza e una giovane donna stupita e turbata quanto me ma decisa a voler ascoltare la storia nella sua interezza? In ogni caso chiedevamo alle donne di rivivere un’esperienza terribile e io sentivo il peso di questa richiesta. Alcune hanno pianto rievocandola.

È questo un tema su cui si è lungamente discusso in questi anni, anni in cui, come ha scritto Susan Sontag, le narrative di vita in condizioni estreme sono entrate prepotentemente nel circuito della cultura di massa. È «il dolore degli altri» che rimanda al destino, alla fragilità della vita umana, che provoca immedesimazione e distanza nello stesso tempo. C’è a volte una sorta di compiacimento, un modo di indulgere nel presentare la sofferenza dell’altro: «come uno specchio spaventoso in cui noi contempliamo non la nostra ma un’altra faccia»[v].

Dominick La Capra ha parlato di «fascination with the victim»: «Esiste la possibilità che lo storico (o qualunque altro osservatore) possa arrivare all’estremo di una totale identificazione con la vittima. C’è qualcosa nell’esperienza della vittima che ha un potere pressoché compulsivo e può suscitare la nostra empatia. Questa empatia può giungere fino al punto della fascinazione della estrema identificazione, in cui uno diventa lui stesso una sorta di vittima surrogata e assume la voce della vittima»[vi]. La Capra giunge a criticare quello che è stato una sorta di modello per i documentari sui traumi, il film di Lanzmann, Shoah. «C’è in Lanzmann una fascinazione con le vittime e quasi un desiderio di identificarsi con l’esperienza delle vittima perché Lanzmann stesso non fu una vittima della Shoah, tuttavia in qualche modo sente che avrebbe potuto essere stato una vittima, che avrebbe potuto essere parte di questo processo»[vii]. La videocamera, che in questi anni ha preso il posto del registratore, acquista un ruolo centrale. Il documentarista induce «il sopravvissuto a rivivere il trauma e in un certo senso a trasformarsi di nuovo in vittima davanti alla camera anche se il motivo è quello di produrre empatia o anche identificazione totale con la vittima trasmettendo l’esperienza allo spettatore»[viii].

Il dibattito più intenso sull’uso delle testimonianze nei lavori storiografici si è concentrato innanzitutto sul caso della Shoah. Annette Wieviorka ha parlato di una sorta di americanizzazione dell’olocausto: gli attori e i testimoni che raccontano la storia in diretta lasciano sullo sfondo il contesto storico e la natura dei perpetratori della violenza[ix]. Non si parla «di ciò che i tedeschi hanno fatto agli ebrei, ma di ciò che l’uomo ha fatto all’uomo»[x]. L’evento traumatico viene fatto risalire, in questi casi, alla natura e alla follia dell’uomo. La critica di Wieviorka si riferisce in particolare all’uso spettacolare delle testimonianze che viene fatto nei media, alla decontestualizzazione operata spesso nei grandi archivi audiovisivi e in alcuni musei o mostre. Si tratta di un qualcosa che abbiamo visto e vissuto con particolare evidenza in Italia per la tendenza della nazione a presentarsi come vittima e a oscurare i panni di aggressore[xi]. Un certo uso della testimonianza pone la Shoah in una bolla al di fuori della storia, un orrore accaduto lontano da noi e perpetrato da agenti di un male assoluto inspiegabile. Il contesto storico in cui poté avvenire per opera di protagonisti specifici scompare. Tutto ciò è estremamente evidente nei risultati prodotti fra gli studenti che in questi anni hanno ascoltato molte testimonianze, o che sono stati addirittura ad Auschwitz. Nei più la comprensione della Shoah è puramente emotiva, non è inserita in un contesto storico. Migliaia di risposte lette da me in questi anni negli esami scritti di storia contemporanea me ne hanno dato conferma: nella maggioranza dei casi si leggono riflessioni banali sulla mostruosità del crimine, nessuna risposta a domande più concrete sui motivi, sui legami con la guerra nazista, sulle caratteristiche dei perpetratori. Tuttavia tutti conoscono la Shoah, mentre pochi sono a conoscenza degli altri genocidi del secolo. Da questo punto di vista il lavoro della memoria ha dato i suoi frutti, anche se problematici[xii]. La raccolta e l’analisi delle testimonianze individuali ha però consentito un’operazione fondamentale: penetrare nel mondo delle vittime, differenziare le esperienze di donne e uomini, bambini e adulti, studiare lo sterminio dei campi e quello dei massacri di massa operati direttamente dai soldati all’avanzare delle truppe. È stato possibile costruire una vera storia sociale dell’olocausto. In questo senso le testimonianze si sono mostrate fonti ineludibili per capire la storia di eventi traumatici. Il trauma individuale e collettivo è entrato in una dimensione storica.

Come ha fatto notare La Capra, pochi storici «tranne poche eccezioni (come Friedlander)» hanno riconosciuto «la significatività del trauma individuale e collettivo anche quando essi [hanno scritto] di eventi o processi in cui questo sia stato prevalente, come genocidi, guerre, stupri»[xiii]. Rispondendo alle obiezioni di Hilberg che, come è noto, rifiutava di considerare la dimensione soggettiva della Shoah per appellarsi alla crudezza e alla verità dei numeri e dei documenti, La Capra fa notare come questo gli abbia, ad esempio, impedito di capire appieno la condizione degli ebrei dei consigli. Bisogna, secondo l’autore, rifiutare un atteggiamento binario: da un lato la sacralizzazione – fissazione della memoria del trauma, dall’altro il rifiuto in nome di una ricerca storica fattuale[xiv].

Lo studioso deve camminare su un difficile crinale tra empatia e distanza critica: da un canto esercitare controllo e resistenza a una totale identificazione con le vittime, dall’altro riuscire a catturare la dimensione affettiva delle loro esperienze. Ricostruire memorie «dal basso», è una metodologia che, come suggerisce Kracauer, permette di sviluppare uno sguardo «stupito» innovatore contro le sintesi e i sistemi chiusi[xv], provocando una sorta di effetto di straniamento o, per riprendere La Capra, un «disorientamento empatico»[xvi].

Questo è un qualcosa che io ho vissuto con particolare intensità. Le mie prime ricerche sulla guerra si erano incentrate sulle stragi naziste, anch’esse memoria oscurata dell’esperienza delle popolazioni napoletane e campane nel fatidico anno 1943. Ma dai racconti emergevano vicende molto più complesse, non inquadrabili in un discorso binario amico-nemico, non c’era solo la violenza nazista. Scoprivo la signora che in soli due mesi, fra l’agosto e i primi di ottobre del 1943, aveva perso la madre e due sorelline sotto un bombardamento alleato e il padre e un fratello per mano dei tedeschi (il padre mentre pascolava il gregge che probabilmente non volle consegnare ai soldati e il fratello in una rappresaglia). Scoprivo che la vera causa delle morti di massa a Capua non era avvenuta per i massacri nazisti (circa sessanta vittime) ma in conseguenza ai bombardamenti alleati (circa mille vittime – Capua era un obiettivo strategico per i ponti sul Volturno). Se ascolti, quindi, non sei solo uno storico che interroga per trovare una conferma alle tue idee, ti rendi conto che c’è un problema; c’è un’esperienza di guerra che è diversa da quella che ti aspettavi. Ciò mi ha spinto a cambiare il mio punto di vista, ad approfondire il lavoro di campo accogliendo queste esperienze contraddittorie. In qualche modo avevo subito un «disorientamento empatico». Sono poi arrivata anche ad analizzare le esperienze delle popolazioni sulla linea Gustav, perché lì emergeva un’altra vicenda contradditoria: le violenze di massa contro le donne perpetrate dai soldati del Corpo di spedizione francese. Prima c’erano state le bombe degli Alleati insieme alle violenze dei tedeschi, poi per mano dei ‹liberatori› migliaia di stupri.

Questo pezzo d’Italia – Napoli, la Campania, il basso Lazio – diventava un luogo esemplare per analizzare la guerra con tutte le sue contraddizioni. L’esperienza sul campo della storia orale mi spingeva ad allargare i confini della ricerca, ad assumere un approccio globale al vissuto delle popolazioni civili in guerra. Le testimonianze mi inducevano ad allargare i confini dell’analisi storica, rendevano possibile quello che suggerisce La Capra: capire il trauma nei suoi risvolti individuali e collettivi, cogliere la sua influenza sulla società di allora e degli anni successivi.

C’è ancora un tema che vorrei affrontare, di cui si è parlato nel convegno. Sia nella ricerca di comunità sia in quella sulla guerra sono stata io stessa a condurre la maggior parte delle interviste, ma nel corso di tanti anni di insegnamento ho lavorato con gli studenti su una serie innumerevole di tematiche attraverso la storia orale. In questo modo sono state raccolte migliaia di storie che si sono accumulate nella mia stanza all’università. Non so se riuscirò mai a catalogarle e rivederle tutte. Alcune sono solo trascrizioni, altre sono accompagnate da un supporto audio, il loro valore è estremamente variabile: storie di generazioni di donne e di uomini, storie di famiglie, storie di vicinati, di comunità, storie di guerra, di catastrofi naturali, lunghi racconti, brevi frammenti… Se volessimo attenerci a un’osservanza metodologica stretta, per intenderci quella di cui stiamo parlando con la proposta di linee guida, dovremmo dimenticarle: non possiamo raggiungere i soggetti intervistati, non abbiamo un controllo preciso dei modi in cui è avvenuta la registrazione. Tuttavia, sia la moltitudine delle storie sia la loro forza evocativa ci consentono, come quasi nessun’altra fonte potrebbe, di penetrare il mondo complesso da cui queste voci provengono. È questo che mi ha fatto decidere, ad esempio, di raccogliere le storie dei soldati e farne un libro.

Nei corsi di storia contemporanea degli anni 1995-1998 avevo lavorato con   gli studenti sulla guerra. Raccogliemmo storie di vita di civili e di soldati. Ne emerse un materiale molto esteso e vario: uomini e donne di differenti gruppi sociali e di diversa cultura, comunità di campagna e quartieri cittadini, una rete a cui difficilmente un singolo ricercatore avrebbe potuto accedere. Si trattava di storie prevalentemente campane e meridionali, che rispecchiavano il bacino di utenza dell’università di Napoli. Le migliori diedero vita ad approfondimenti attraverso tesi di laurea (molte, quelle sui civili, sono citate nel mio volume Guerra totale). Innumerevoli erano i racconti di soldati. Come quelli dei civili essi si discostavano spesso profondamente dalle narrazioni ufficiali. E per questo mi avevano particolarmente colpito. Ci lavorai per un breve periodo, ma lasciai poi il testo in un cassetto. Non mi ero mai occupata di militari e non mi sentivo legittimata ad affrontare l’argomento. Riprendendo quasi casualmente quegli appunti tra le carte e i file accumulati negli anni, mi sono accorta che quelle narrazioni potevano presentare un certo interesse se confrontate con i lavori usciti in questi ultimi anni. Ci mostrano la varietà estrema delle esperienze dei militari italiani sui vari fronti di guerra: le diverse prigionie, le difficili scelte prese in situazioni differenti dopo l’8 settembre, le interpretazioni che a distanza di anni hanno dato di queste vicende difformi. Si muovono inoltre al di fuori di una narrazione ideologica e manichea (antifascismo contro fascismo, bene contro male), quella stessa che ha diviso fautori e detrattori della Resistenza e che ha continuato a caratterizzare prese di posizioni politiche e storiografiche nel lungo dopoguerra[xvii]. Sono in grande maggioranza testimonianze di soldati semplici – alcuni si esprimono in dialetto: possono quindi offrirci un quadro più ampio della storia, costruita prevalentemente attraverso le memorie scritte da ufficiali[xviii]. Sarebbero rimaste sommerse se non fossero intervenuti gli studenti a raccoglierle e sarebbero rimaste negli scaffali dell’università se non le avessi riportate alla luce.

Esistono le schede che descrivono brevemente le caratteristiche del testimone, il nome, il ruolo nell’esercito, il paese di origine, il luogo in cui l’intervista è stata svolta, il nome dello studente che l’ha operata. Ma non conosciamo direttamente le persone, né le possiamo contattare, molte non ci sono più, gli studenti sono lontani per le loro strade. Dunque lavoriamo come storici su reperti, voci che emergono dal passato, brani di letteratura, perché spesso di letteratura si tratta: è narrazione popolare, come ha scritto Certeau, «un’arte del dire»[xix], un vero stile letterario tanto più significativo in una generazione in cui il racconto orale riveste ancora un ruolo rilevante. Tutto questo è il frutto di un’esperienza calata in un tempo che ci appare  oggi molto lontano, se consideriamo le pratiche e i mezzi che usavamo. Siamo nei primi anni novanta. Le registrazioni si raccoglievano su cassette deperibili, si accumulavano negli scaffali, non tutte si riuscivano ad archiviare con precisione. Oggi stiamo faticosamente cercando di digitalizzare le registrazioni fatte nel passato e i nuovi percorsi di ricerca trovano quasi immediatamente uno spazio pubblico. Posso a questo punto chiudere il mio intervento indicando il sito dell’archivio multimediale in cui si possono trovare le nuove storie più alcune fatte nel passato salvate e digitalizzate in questi ultimi anni: www.memoriedalterritorio.it.

Riferimenti bibliografici

Certeau, Michel de2001L’invenzione del quotidiano. Roma: Edizioni Lavoro (ed. orig.: L’invention du quotidien: 1: arts de faire. Parigi:
  Gallimard, 1990).
De Luna, Giovanni2011La Repubblica del dolore: le memorie di un’Italia divisa. Milano: Feltrinellli.
Focardi, Filippo2013Il cattivo tedesco e il bravo italiano: la rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale. Roma-Bari: Laterza.
Gribaudi, Gabriella1990   2005A Eboli: il mondo meridionale in cent’anni di trasforma- zione. Venezia: Marsilio. Guerra totale: tra bombe alleate e violenze naziste: Napoli
   2016e il fronte meridionale 1940-44. Torino: Bollati Boringhieri. Combattenti sbandati prigionieri: esperienze e memorie di
  reduci della Seconda Guerra Mondiale. Roma: Donzelli.
Judt, Tony2007Dopoguerra: come è cambiata l’Europa dal 1945 a oggi. Milano: Mondadori (ed. orig.: Postwar: a History of Europe since 1945. Londra: Penguin Books, 2005).
Kracauer, Siegfried2014History: the Last Things Before the Last. Princeton, NJ: Markus Wiener Publishers (prima edizione: Oxford: Oxford University Press, 1969).
La Capra, Dominick2014Writing History Writing Trauma. Baltimora, MD: Johns Hopkins University Press.
Sontag, Susan2003Davanti al dolore degli altri. Milano: Mondadori (ed. orig.: Regarding the Pain of Others. New York, NY: Picador/ Farrar, Straus and Giroux, 2003).
Tagliacozzo, Franca Di Castro, Flavia1998«La memoria delle persecuzione antiebraica: due gene- razioni a confronto». Parolechiave, a. 6, n. 16.
Winter, Jay2001«Film and the Matrix of Memory». The American Historical Review, a. 106, n. 3.
Wieviorka, Annette1999L’era del testimone. Milano: Raffaello Cortina (ed. orig.: L’ère du témoin. Parigi: Plon, 1998).

[i] Gribaudi 1990.

[ii] Gribaudi 2005.

[iii] Per la testimonianza di Enea Cervasio si veda <www.memoriedalterritorio.it> (ultima consultazione 27 febbraio 2017).

[iv]  Winter 2001: 864.

[v] Sontag 2003: 15.

[vi] La Capra 2014: 146.

[vii] La Capra 2014: 146.

[viii] La Capra 2014: 98.

[ix] Wieviorka 1999: 128.

[x] Wieviorka 1999: 136.

[xi] Si vedano Focardi 2013 e De Luna 2011.

[xii] La difficoltà e le criticità legate alla trasmissione della persecuzione ebraica nelle scuole sono evidenziate da Franca Tagliacozzo in Tagliacozzo – Di Castro 1998. L’autrice sottolinea come sia necessario aiutare gli alunni a passare dalla raccolta-salvataggio delle memorie alla «costruzione di un tessuto storico connettivo che le contenga e in qualche modo dia loro un senso» per far sì che i giovani non sentano «le persecuzioni subite dagli ebrei slegate dalla concretezza storica, espressione di un male secolare irrimediabilmente cosmico» (Tagliacozzo – Di Castro 1998: 168-169).

[xiii] La Capra 2014: IX-X.

[xiv] La Capra 2014:  XXII.

[xv] Kracauer 2014: 81.

[xvi] La Capra 2014: 40.

[xvii] Si veda a questo proposito Judt 2007.

[xviii] Ho sviluppato queste riflessioni in forma più ampia nell’introduzione a Gribaudi 2016.

[xix] Certeau 2001.

Gabriella Gribaudi

Gabriella Gribaudi (gribaudi@unina.it) è docente di “Storia e memoria” presso l’Università di Napoli Federico II, dove coordina le attività dell’Archivio multimediale delle memorie. Si è occupata di temi metodologici quali le relazioni fra storia e scienze sociali, fra micro e macro-contesti, framemoria e storia. Ha condotto studi sulla Seconda guerra mondiale e sulle violenze ai civili. Sta lavorando ad un progetto di ricerca interdisciplinare sulla città di Napoli, vista attraverso il racconto dei suoi abitanti.

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