Lavorare con i migranti

Intervengo nella vostra discussione da esterno, basandomi, oltre che su alcuni vostri interventi e qualche vostro documento, su una esperienza mia analoga alla vostra ormai lontana, e soprattutto sul tentativo costante, durato buona parte della vita, di non considerare gli altri come oggetti – di studio, di ricerca, di assistenza, di cura – ma come soggetti con cui cercare di stabilire un rapporto simmetrico. Tentare di essere simmetrici non vuol dire riuscirci. Né sono certo il solo a tentare. Spesso i rapporti sono asimmetrici, subiti o imposti, da chi li racconta.

Un buon medico dovrebbe avere un rapporto simmetrico col paziente, parlarci, spiegare. Non accade spesso. Ho un ricordo orribile di mio padre, vecchio, deforme e nudo, con una dolorosa e mortale metastasi, che comprimeva alcuni nervi che scendono su un lato del collo e rischiava di attaccare la iugulare, in piedi accanto a un luminare in camice che, con la mandibola inferiore di mio padre in mano, spiegava ai presenti: “Cosa volete che faccia? Che gli tolga la mandibola? E poi?” Come se il vecchio non ci fosse. Poi il vecchio è morto, per fortuna prima che la rottura della iugulare lo inondasse di sangue. Nulla poteva salvarlo. Gli si poteva solo lenire il dolore, forse accorciandogli di qualche giorno la vita. Ma bisognava stargli vicino. Non si trattano gli esseri umani così.

Qualche volta chi studia, cura, assiste, registra, giudica, rischia, in modo meno plateale di quel chirurgo, di trattare quelli con cui lavora o di cui si occupa più o meno come lui.

Alcuni dei resoconti medici, o burocratici, sul signor C, maliano, o sul nigeriano, sul gambiano, sul senegalese, sull’eritreo sono impressionanti. Si capisce come C, che ha letto il suo profilo, si sia indignato. Sono concentrazioni di sventure e problemi sullo stesso individuo che richiedono un rapporto personale anche solo per poterne parlare.

Voi vi preoccupate di non infantilizzare i migranti, di trattarli da adulti responsabili e capaci di decidere, come sono. Siete coinvolti. Voglio solo osservare che il vostro coinvolgimento non è una emozione laterale, secondaria, ma la premessa dell’attività dell’educatore, in particolare se educa adulti, con cui non esiste l’asimmetria ineliminabile della differenza di età.

La base per realizzare i vostri propositi montessoriani è l’empatia, la condivisione, la conoscenza e la preoccupazione per le condizioni di quelli che si vogliono educare e di quelli come lui. Altrimenti meglio aprire una officina per riparare biciclette.

Nessuno può essere identificato senza residui con un gruppo. Nessuno è, totalmente e soltanto, un terremotato, un naufrago, un profugo, un africano, un maliano, uno slavo. Non si può ridurre nessuno al gruppo in cui lo classifichiamo. La nostra conoscenza del gruppo non lo definisce. Ma, se si lavora coi terremotati di Amatrice, qualcosa della montagna abruzzese, dei modi di vita, dei costumi, del dialetto, dei precedenti, degli esempi positivi e negativi di intervento in altri terremoti, in contesti culturali e urbanistici simili, bisogna saperla. Non per sviolinare sulle radici: siamo uomini, non alberi. Magari dalla montagna abruzzese alcuni vogliono scappare. Magari a qualche figlio di pastore il formaggio di pecora non piace. Magari si ricorderà dei sapori di una volta solo da vecchio (“vos meminisse iuvabit”). Ma qualcosa del prossimo vostro, come è, non come potrebbe essere in astratto, vi deve interessare. Per poter parlare alla pari dovete sapere qualcosa di loro e della loro storia. E loro, se vogliono essere trattati come pari, devono sapere qualcosa di voi.

Perciò le storie di vita sono importanti. È importante la storia del gruppo umano di cui il migrante fa parte, del luogo da cui il migrante proviene. A seconda dei problemi, può essere un gruppo grandissimo o una famiglia. Un continente o un paese. È importante anche la vostra storia e quella di questo paese, nel senso di stato, ma anche nel senso di regione o di città, di villaggio.

Non tutto il mondo ha avuto le partecipanze o Nonantola. Non tutte le regioni sono state, a breve distanza di tempo, patria degli scariolanti e dei fasci: in poco tempo l’Emilia dei braccianti è diventata l’Emilia di Mussolini; poi l’Emilia rossa. Qualcuno è morto per resistere ai cambiamenti o produrli. E adesso quale Emilia sta nascendo? Quella di Salvini? Dovete costruirla insieme l’Emilia, voi e loro. È successo anche a me di essere confuso con un pubblico funzionario; di vedere confusa la Caritas con l’Inps; o con lo stato. Ci sono più soggetti sociali, spesso in conflitto, che generano la società. Può essere importante spiegare a chi viene da una guerra civile che abbiamo avuto anche noi una guerra civile, nel corso della vita consapevole dei più vecchi di noi; che la nostra prosperità è recente; che la nostra scolarizzazione – bassa per gli standard europei – è recente. Uno dei migranti che conosco da più tempo, tra i più istruiti e informati, da tempo cittadino italiano, era stupito del basso livello di istruzione degli italiani negli anni del boom, in particolare della bassa percentuale di laureati (il 5%), e trovava importante l’averlo scoperto. È la conferma che il mondo cambia.

 

Il rapporto diretto

Non si può essere onniscienti e sapere storia e antropologia di tutti i paesi di possibile arrivo dei migranti. Ma quando i migranti sono arrivati, oltre a informarli del sistema istituzionale italiano, delle leggi, della funzione degli enti con cui hanno a che fare, della funzione dei volontari e dei loro limiti, è naturale informarsi sui loro costumi e le loro leggi. C’è sempre letteratura disponibile, anche se quasi sempre in inglese o francese. Informarsi è insieme un dovere e una straordinaria risorsa per se stessi. Un conto è studiare per obbligo scolastico o accademico, un altro leggere per capire meglio una persona con cui si lavora, che può commentare, criticare, approfondire ciò che crediamo di avere capito. Se ci si limita ai paesi africani mediterranei, si possono scoprire somiglianze importanti con i costumi nostri, della sponda nord. Se si scende sotto il Sahara si possono trovare differenze, possibili convergenze, effetti del colonialismo, comunicazione attraverso le lingue veicolari o le ideologie della liberazione, incluse quelle religiose. Non si può proporre un percorso fisso preventivo; si possono ipotizzare delle strade.

Per me, il lavoro coi migranti è stato il mezzo principale che ho avuto per conoscere il poco che so del mondo al di là dell’orizzonte. Un conto è leggere libri per tradurli e pubblicarli; un altro conto leggerli per capire i propri compagni di lavoro

Sarebbe naturale che qualcuno degli operatori scegliesse di imparare una delle lingue di provenienza. Ce ne sono di estremamente diffuse, come l’arabo. In genere scelte così importanti derivano da rapporti personali approfonditi che non si possono ipotizzare in un corso.

Si può invece ipotizzare in un corso la lettura di qualcuno dei saggi fondamentali sul colonialismo, da Frantz Fanon a Gunter Frank, ai molti studi recenti sugli effetti distruttivi dell’importazione di tecniche e prodotti dell’agroindustria o dell’industria sulle economie e le società africane o latinoamericane. Non si può rischiare di formare operatori che pensano di “aiutarli a casa loro”, casa che gli europei hanno occupato, sfruttato, depredato, schiavizzato. Una volta Lo sviluppo del sottosviluppo (il libro è di Gunter Frank), il sottosviluppo come prodotto della colonizzazione, era un consapevolezza diffusa. La colonizzazione non è stata solo europea e non è stata solo sottosviluppo. Ma di sottosviluppo bisogna parlare.

La reciprocità è fondamentale. Se non ci si presenta, anche criticamente, se non raccontiamo chi siamo, perché siamo lì, in senso generale e personale, rendiamo difficile il rapporto.

 

Il rapporto con il contesto politico

Un corso di formazione per operatori sociali non è una scuola di contestazione dei pubblici poteri né una scuola di partito. Però deve formare a conoscere e capire la realtà giuridica e sociale del paese dal punto di vista dei migranti. Non può ignorare i mutamenti delle leggi, delle circolari, delle scelte di fatto, della prefettura, della questura, del comune che hanno un effetto immediato sulle persone con cui gli operatori dovranno lavorare, cui dovranno insegnare le norme, cui dovranno consigliare comportamenti. Se c’è bisogno di protestare, dal punto di vista dei migranti e della Costituzione, gli operatori, per il lavoro che svolgono, sono tra i pochi a poterlo fare con piena conoscenza della situazione reale. Come è ovvio che controllino il comportamento delle forze dell’ordine, una funzione pubblica indispensabile che per i vecchi residenti viene svolta più facilmente dalle associazioni, dalle famiglie o, per i rapporti di lavoro, dai sindacati. La formazione non può essere indirizzata a generare proteste, ma deve essere indirizzata a difendere i diritti dei migranti con cui si lavora. Per la loro libertà e per la nostra.

 

Francesco Ciafaloni

Francesco Ciafaloni (francesco.ciafaloni@gmail.com) è nato in Abruzzo nel 1937. Laureato in ingegneria del petrolio, ha lavorato all’Eni fino all’assassinio del suo fondatore, Enrico Mattei. Dal 1970 al 1983 è stato redattore all’Einaudi. La sua partecipe curiosità l’ha portato a frequentare e interloquire con la parte più viva dei movimenti sociali e culturali di questi anni, soprattutto attraverso la collaborazione con riviste come “Quaderni piacentini”, “Linea d’ombra”, “Inchiesta”, “Lo straniero”, “Gli asini”, “Una città” e “Sbilanciamoci!”. Ha scritto, tra l’altro, "Kant e i pastori" (Linea d’ombra 1991), "I diritti degli altri" (Minimum Fax 1998), "Il destino della classe operaia" (Edizioni dell’Asino 2012). L’immigrazione e il lavoro sono tra i temi di cui si è occupato più assiduamente, partecipando a iniziative di ricerca e di intervento sociale.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Chiudi il menu