Il caso Mattei 5. Alcune, provvisorie, conclusioni

Ex Cie, Hub, Centro Mattei, campo Sono molti i nomi con cui è stata chiamata la struttura di via Mattei 60, posta nella prima periferia di Bologna. Il primo nome, ex Cie, ne rispetta sicuramente la storia, e purtroppo l’architettura. Chiuso nel 2013, il Cie di Bologna è un compound cintato da alte mura, il cui cancello di ferro conserva le macchie di vernice lanciata da chi da fuori ha lottato per la sua chiusura e per i diritti delle persone lì dentro rinchiuse. Il Mattei riaprirà nell’estate del 2014. Fin dalla sua progettazione assumerà un ruolo centrale all’interno del sistema dell’accoglienza dell’Emilia – Romagna, e nei cinque anni a seguire sarà immediatamente influenzato dalle politiche europee, italiane e locali e dall’andamento dei flussi migratori. Dai trecento ospiti iniziali si arriverà a superare le mille presenze. Le politiche del privato sociale, il sistema dei bandi, le proroghe, i ritmi e la precarietà del lavoro. E poi il sovra-affollamento, i disagi, l’accoglienza, il lavoro sociale. La storia dell’ex Cie, diventato Hub e poi, con il calo degli sbarchi, definitivamente campo, è lunga e densa.

Sabato 8 giugno 2019 sui giornali locali è riportata la notizia dell’imminente e improvvisa chiusura dell’Hub di via Mattei per “urgenti lavori di ristrutturazione”, e il contestuale trasferimento coatto di 162 ospiti in un Cara a Caltanissetta. Forti di un percorso di autorganizzazione avviato nei mesi precedenti, un gruppo di operatori e operatrici in sinergia con sindacati di base si mobilita e prende parola in diversi momenti pubblici fino ad esser ricevuti in Prefettura e in un Consiglio Comunale. A causa della forte mobilitazione e del consenso crescente in città, il Prefetto comunica nella serata di lunedì che lo sgombero sarebbe avvenuto il giorno seguente, martedì 11 giugno. Nella mobilitazione c’è la volontà chiara non di difendere il Mattei in quanto tale ma di impedire il trasferimento coatto di persone che hanno avviato percorsi di integrazione sul territorio e, insieme, di impedire il licenziamento di 52 lavoratrici e lavoratori.

Alle ore 8 di martedì 11 giugno prende forma il presidio di fronte al cancello del Mattei. Sono presenti i sindacati ADL Cobas e USB, la CGIL, un gran numero di operatori e operatrici, solidali e camionette della celere. Nel corso delle ore si aggiungeranno giornalisti, avvocate dell’ASGI, sindaci e cittadine. Nell’incertezza riguardo gli orari di arrivo degli autobus per trasferire le persone a Caltanissetta e del più o meno impiego della forza pubblica, il presidio inizia a lavorare, individuando man mano le esigenze e i passi da seguire. Già durante la notte e i giorni precedenti alcuni ospiti si sono allontanati autonomamente. Dalle prime ore della mattina di martedì alcuni ospiti del Centro iniziano ad uscire, alcuni entrano in contatto con il presidio. Operatori e operatrici legali e dell’accoglienza, solidali, sindacalisti, avvocate incontrano i migranti e forniscono informazioni, soprattutto per chi a Caltanissetta ha scelto di non andare. Il confine dato dalle mura della struttura inizia ad essere labile. Il cancello del Mattei diventa incanalatore di un flusso di informazioni, persone, zaini, tra un dentro che va scomparendo e un fuori tutto da costruire, tra le operatrici e gli operatori sociali che operano tra le mura dell’Hub e quelli e quelle in strada, tra le comunicazioni emanate dal Ministero dell’Interno e il discorso pubblico che si va costruendo al microfono del presidio. Nel pomeriggio, insieme a una sessantina di migranti che non hanno accettato il trasferimento, il presidio diventa marcia e si dirige verso il centro città.

Al centro della gestione logistica dell’accoglienza in regione, l’Hub Mattei ha sede nella periferia di Bologna. La marcia ripercorre la distanza instaurata negli anni precedenti da una gestione che ha a collocato le strutture, soprattutto quelle con alto numero di ospiti, lontano dai centri cittadini. Da metà pomeriggio fino a tarda sera la mobilitazione si sposta così a pochi passi da Piazza Maggiore, sotto le mura di Palazzo d’Accursio. I bagagli degli ex-ospiti del Mattei, formalmente rinunciatari al diritto all’accoglienza per aver rifiutato il trasferimento, sono accatastati sotto la statua del Nettuno. Il timore espresso dai migranti è quello di non aver un posto dove dormire quella notte e dove abitare, per poter continuare così la procedura legale, le prese in carico presso le strutture sanitarie e i percorsi di vita intrapresi sul territorio. Il presidio aumenta, sono centinaia le persone presenti in piazza. Continua intanto il lavoro di coloro che forniscono informazioni legali, che contattano le varie realtà che hanno offerto ospitalità, che salgono in delegazione per parlare con i rappresentanti dell’amministrazione comunale. Lo scopo, dichiarato dai e dalle partecipanti alla mobilitazione, non è certo quello di impedire la chiusura del Centro Mattei, modello di un’accoglienza tanto contrastata nel discorso pubblico dell’attuale governo quanto nei fatti perseguita, ma di garantire la continuità dell’accoglienza nel territorio e dei posti di lavoro, andando ad esigere tali tutele da chi quel territorio lo amministra.

Non ci è possibile ricostruire la catena decisionale della giornata. Quando l’ultima delegazione scende dall’incontro con i rappresentanti del Comune, i migranti e il presidio accolgono con gioia quanto ottenuto, ovvero la ricollocazione in strutture Cas della regione dei migranti che non hanno accettato il trasferimento.

Per comprendere quel che si è prodotto in quel giorno di fronte al cancello d’entrata dell’Hub occorre fare un passo indietro. Chi scrive ha iniziato a lavorare nell’accoglienza nel 2014, approcciando un settore che si stava sviluppando e espandendo nel suo mandato, nelle sue contraddizioni, saperi, pratiche di lavoro sociale, forme di controllo, forme di tutela, precarietà e stabilità del lavoro. L’espansione dell’accoglienza ha significato un aumento esponenziale delle persone assunte a vario titolo in questo settore: educatori e educatrici, insegnanti di lingua italiana per stranieri, addetti alla logistica, preparazione pasti, pulizie, e ancora altro.

Già dal 2015 si registrano alcuni primi, embrionali tentativi di autorganizzazione di alcuni e alcune operatrici sociali. Ma è con l’emanazione del decreto 113/2017 Minniti-Orlando che in molte città italiane si creano gruppi di lavoratori e lavoratrici che si oppongono al decreto legge (Genova, Milano, Brianza, Trento). A Bologna nasce un movimento che si da il nome di Alab (assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici dell’accoglienza di Bologna).

L’effetto lungo dell’operato del governo Minniti si fa sentire: le persone restano confinate e muoiono nelle inumane prigione libiche: ad arrivare nel 2018 sono 26,000 persone a fronte delle 180,000 arrivate nel 2016. A ciò si aggiunge l’approvazione del “Decreto sicurezza e immigrazione” a firma Salvini dell’ottobre 2018, che prevede, tra l’altro, un nuovo capitolato di appalto per i centri Cas, che riduce all’osso i servizi dell’accoglienza. L’intento dichiarato è quello di creare grandi centri, sostenibili solo attraverso un’economia di scala. Inoltre, lo Spar cambia sostanza e forma: diventa Siproimi, riservato ormai solo a chi è già titolare di una protezione internazionale e ai minori stranieri non accompagnati, e non più a tutta la categoria giuridica dei richiedenti asilo, con una conseguente riduzione delle persone accolte e dei posti di lavoro.

Con l’effetto incrociato dovuto al “Decreto dignità”, a partire da gennaio 2019 si registrano i primi mancati rinnovi dei contratti di lavoro in scadenza, così come nei mesi seguenti. Alcuni sindacati di base (USB e ADL Cobas) iniziano ad essere interpellati già da ottobre 2018 mentre la CGIL arriverà solo a febbraio 2019, quando gli effetti delle leggi sono ormai realtà. Iniziano inoltre assemblee informali tra lavoratori e lavoratrici. Alcune cooperative, sotto la pressione delle organizzazioni sindacali, sono chiamate a dar conto delle situazioni occupazionali e le prospettive di lavoro: la crisi del sistema d’accoglienza è ormai un dato e con essa anche quella occupazionale.

La figura dell’operatrice e operatore dell’accoglienza ritorna spesso nei discorsi del Ministro dell’Interno. Una figura attaccata e messa insieme nel calderone dei “così detti operatori umanitari”, “buonisti a pagamento”, e così via. I termini utilizzati ci dicono molto di più del mero contenuto denigratorio. Ci parlano sicuramente di una concezione del lavoro sociale che concepisce le persone che vi lavorano esclusivamente in termini volontaristici, una concezione che è l’altro lato della medaglia della destrutturazione del welfare a cui si è assistito nei decenni passati e che ancora continua.

Uno dei dati più importanti dell’espansione repentina del sistema d’accoglienza a partire dal 2014 è l’accesso a un reddito e a una qualche stabilità contrattuale da parte di una generazione che fino ad allora raramente era riuscita a entrare nel mercato del lavoro. Un dato che diventa ancora più significativo se si considera la formazione umanistica di molti e molte lavoratrici. Oltre alla formazione, un elemento che spesso ritorna nelle biografie delle operatrici e operatori è l’attivismo per e con i migranti nel mondo del volontariato, associativo e militante. Cosa, l’operatrice e l’operatore sociale, ha creduto di trovare nel mondo dell’accoglienza, al di là del reddito? Quali personali inclinazioni e formazioni vi hanno trovato possibilità di espressione e quali contrasti e frustrazioni si sono create? Sono domande che crediamo importanti per tentar di comprendere le motivazioni che hanno tenuto in piedi il sistema dell’accoglienza fino ad ora, a partire dal lavoro vivo. Quello che è certo è che chi ha vissuto e operato in questi anni ha affrontato il nodo della intrinseca ambiguità del proprio ruolo. Una ambiguità, una zona grigia, generata dal contrasto tra mandato istituzionale, punto estremo della filiera delle politiche delle migrazioni, e l’essere allo stesso tempo portatore di istanze solidali e a volte militanti, tra la funzione di controllo e quella di cura, tra l’operare per la tutela degli e delle accolte e la mancanza di sindacalizzazione e auto-coscienza in quanto lavoratrici e lavoratori. Tutto ciò, pensiamo, ha caratterizzato uno stare sulla soglia di chi ha operato e opera all’interno del sistema di accoglienza e ha trovato espressione nel corso dell’11 giugno. Riteniamo che nulla di queste ambiguità, contrasti e contraddizioni si sia risolto in quella giornata, e che, anzi, è stato un momento di accelerazione e intensificazione delle tensioni insite nel nostro lavoro, che ha mostrato quella soglia, soggettiva e materiale, come luogo di agire politico, immediatamente produttivo.

Il “caso Mattei” ha dunque reso evidente, innanzitutto a noi stessi, la potenzialità del nostro ruolo contro chi vuole intenzionalmente distruggerlo. Attaccare i e le migranti e chi lavora con loro è un gesto unico, e mira a frammentare il tessuto sociale, in primis quello povero o impoverito. L’autorganizzazione dei lavoratori e lavoratrici, che hanno saputo mettere assieme anche pezzi di sindacalismo tra loro distanti, testimonia che quelle competenze e saperi accumulati in anni di lavoro sociale sono stati tradotti immediatamente in lavoro politico. E’ stata aperta una strada politicamente praticabile e auspicabile, che supera il mero antirazzismo, certo necessario ma non sufficiente. La giornata del 11 giugno ha mostrato come una mobilitazione partita e portata avanti dagli operatori e operatrici sociali non sia confinabile, nella sua portata e nel suo potenziale, ad una battaglia corporativa. Al contrario, quanto fatto ha rivelato ancora una volta, e ancora di più, che i percorsi politici portati avanti in quanto soggetti che subiscono immediatamente sulla propria vita decisioni, azioni e politiche, riescono a mettere in campo una resistenza efficace, vissuta insieme ad altre realtà e soggetti solidali.

Scriviamo al finire del mese di giugno. In questa data nel territorio di Bologna scadono le proroghe dei bandi dei Centri di accoglienza straordinaria, per la maggioranza appartamenti sparsi nel territorio provinciale. Pochi giorni fa altri bandi sono stati emessi, che riducono drasticamente le tutele degli e delle accolte e la possibilità di lavoro e reddito per le operatrici e operatori. In attesa delle nuove assegnazioni, la prefettura di Bologna ha comunicato che l’accoglienza dei Cas andrà avanti solo se gli enti gestori accetteranno una proroga che prevede ingenti tagli rispetto al budget dei precedenti bandi. La non accettazione di tali condizioni significherebbe il trasferimento degli accolti in altri centri del territorio nazionale. Il riferimento è sempre alla struttura di Pian del Lago, a Caltanissetta, un centro, parte Cara e parte Cpr, a rischio chiusura per assenza di ospiti e conosciuto per le sue importanti problematicità. Incastrato in una chiara e odiosa situazione di ricatto, il privato sociale si ritrova ancora una volta a fare i conti con le proprie criticità, pronte ad esplodere non appena si manifesta una crisi. Se da un lato l’accettazione delle proroghe significherebbe continuare a svolgere il servizio per un tempo indefinito a condizioni peggiorative, compresa la diminuzione delle tutele e i servizi per gli e le accolte, rinunciare alla proroga significherebbe l’interruzione di colpo di centinaia di contratti di lavoro e il trasferimento coatto di altrettanti accolti e accolte, persone che, dato l’alto numero di dinieghi della Commissione territoriale degli scorsi anni, si trovano per la maggioranza nella fase giudiziale della richiesta asilo, che vivono, studiano, lavorano nei territori della provincia da anni. In mezzo ci sono le operatrici e gli operatori dell’accoglienza, al bivio tra continuare a lavorare in condizioni sempre più degradanti in termini di reddito, mansioni, tutele, o perdere il lavoro.

Se qualcosa abbiamo appreso nella giornata del 11 giungo è che è possibile produrre una variabile imprevista nella gestione dell’accoglienza. La mobilitazione delle operatrici e degli operatori, insieme ai sindacati di base, Asgi e solidali, ha saputo inserirsi tra i due attori in gioco, Prefettura e enti gestori, andando a rivendicare reddito, lavoro, casa e tutele per tutte e tutti coloro che erano in quelle strade e in quella piazza. Soprattutto, ha costretto le istituzioni, altrimenti consensualmente escluse da una crisi riguardante le condizioni di vita e lavoro di centinaia di persone, a farsi carico del loro ruolo e responsabilità politica.

Questo crediamo sarà il ruolo delle operatrici e operatori e di coloro che hanno partecipato alla mobilitazione nell’attuale crisi del sistema d’accoglienza, di cui non sappiamo cosa sarà tra pochi mesi, poche settimane, pochi giorni. Occorrerà tener stretto il ricordo della gioia vissuta e condivisa sotto la statua del Nettuno alla notizia del ricollocamento dei migranti: un sentimento che ha unito tutti e tutte e servirà a portare avanti le nostre battaglie.

Savino Claudio Reggente e Pietro Faoro

Savino Claudio Reggente (savio.claudio.reg@gmail.com) è nato a Venosa nel 1986 e ha incontrato il mondo dell’immigrazione sui campi di pomodoro prima che nei campi dell'accoglienza. Lavora a Bologna come operatore Sprar da oltre quattro anni. È collaboratore della rivista Gli asini e ha partecipato alle precedenti edizioni de Le strade del mondo sia in veste di corsista che nelle fasi di ideazione. Pietro Faoro (pietro.effe@inventati.org) è laureato in scienze politiche e filosofia e attualmente lavora a Bologna nel privato sociale, occupandosi di assistenza legale ai e alle richiedenti asilo.

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