Il caso Mattei 2. Lotta politica e lotta culturale

Si sta verificando ciò che era temibile. Siamo passati da una gestione inefficiente e ipocrita di norme benintenzionate, o fatte per sembrare benintenzionate, all’attacco diretto alla presenza e alla vita dei migranti, lasciati in mare, cacciati dai centri, spostati da un capo all’altro della penisola. Quando prevaleva una dichiarata volontà di soccorrere la cosa più importante mi sembra fosse realizzare l’accoglienza, risolvere problemi pratici, agire con umanità, più che svelare la probabile ipocrisia. Ora diventano importanti anche l’informazione e la protesta.

Come scrive Savino Claudio Reggente nel pezzo che segue, senza informazione veritiera, senza proposte realizzabili di contrasto alla cacciata e senza movimenti di protesta possiamo solo chiuderci nell’angoscia di fronte al ritorno della crudeltà esplicita nei confronti di chi non è come noi, e quindi è, per definizione, un nemico.

Il problema è culturale prima di essere politico e richiede una risposta culturale, di conoscenza, di moralità, oltre alle attività pratiche. La risposta culturale non può che essere di lungo periodo. Ma non partiamo dal nulla. Le risposte di movimenti, come a Bologna, o il comportamento dei cittadini di Lampedusa ci dicono che molti sono rimasti umani. (Francesco Ciafaloni)

 

Facendo un passo indietro rispetto alla cronaca dei giorni che hanno portato alla chiusura coatta dell’hub regionale “Mattei” a Bologna, crediamo necessario fare alcune considerazioni. Prima di essere trasformato in hub, cioè luogo di transito verso strutture d’accoglienza più piccole, il Mattei ha funzionato come Cie (centro per l’identificazione e l’espulsione): sbarre metalliche, muretti in cemento e filo spinato sono sempre state presenti ma, a fianco del cancello d’entrata, è collocata una porta. Nel corso di questi cinque anni di attività quella porta ha funzionato come sismografo rispetto a moti tellurici ben più ampi e profondi la cui origine andava al di là del perimetro materiale del centro e che avevano a che fare col funzionamento del sistema d’accoglienza nazionale e le sue contraddizioni, con le normative euorpee in materia migratoria e di flussi e con le modificazioni geopolitiche avvenute nella penisola mediterranea, ma non solo. E, per chi era in strada martedì 12 giugno, forse quella porta ha rivelato alcune evidenze, scomode per tutti.

Prima di tutto: rispetto ad un comunicato sibillino e improvviso da parte della Prefettura che annunciava la chiusura e il trasferimento nel giro di una settimana di 163 persone in un Cara di Caltanissetta, i trasferimenti effettivi sono risultati essere 39. Non è una vittoria ma un dato controfattuale, almeno rispetto alle parole aggressive e minacciose, non sappiamo quanto eteroguidate, da parte della prefetta Impresa.

Secondo: una buona parte di migranti accolti (una stima approssimativa parla di una cinquantina di persone) si sono allontanati in modo autonomo e volontario durante la notte o nella stessa giornata dello sgombero.

Terzo: benché le stime siano altalenanti, possiamo riconoscere che più di una sessantina di persone hanno trovato accoglienza in strutture (Cas) gestite direttamente da quello stesso organo dello Stato che aveva deciso lo sgombero del Mattei. La reversibilità, seppur incerta, delle decisioni politiche si opera praticando la lotta.

Quarto: per la prima volta, la classe dei lavoratori e delle lavoratrici dell’accoglienza è stata protagonista di una lotta politica che ha saputo tenere assieme rivendicazioni per i e le migranti e rivendicazioni per i e le lavoratrici. Questo è avvenuto con il supporto di sindacati di base prima, confederali poi, società civile laica e cattolica e tutta quella parte di persone non ancora assuefatte al linguaggio falsificante di Salvini. Ma se la vertenza in favore di un ricollocamento dei richiedenti asilo all’interno di strutture della Regione Emilia Romagna ha avuto un successo, seppur relativo, quella riguardante i posti di lavoro è ancora sospesa al tavolo delle trattative tra sindacati, parti datoriali e assessore al lavoro di Bologna.

Lo sgombero del Mattei è solo l’inizio, o meglio: è il momento mediaticamente rilevante di qualcosa che è iniziato già da alcuni mesi e che temiamo continuerà. Le chiusura degli Hub per minori non accompagnati come di altre medie strutture Cas, era iniziata già a ottobre dello scorso anno a causa della drastica diminuzione degli arrivi, effetto dei cinici accordi con la Libia siglati dall’allora ministro dell’interno Marco Minniti e del blocco delle operazioni di salvataggio in mare portato biecamente avanti dall’attuale ministro degli interni. A partire da gennaio 2019 si sono verificati i primi mancati rinnovi di contratti di lavoro, effetto incrociato del Decreto dignità con il Decreto sicurezza e immigrazione. Almeno nella provincia di Bologna i nuovi bandi per i Cas (centri d’accoglienza straordinaria), con i nuovi capitolati d’appalto voluti vertiginosamente al ribasso dall’attuale governo, sono andati deserti perché considerati economicamente insostenibili da parte di tutto il privato sociale e la loro scadenza è prevista il 31 giugno, tra una decina di giorni. Cosa accadrà in quel momento? Quanti piccoli, diffusi, silenziosi Mattei si verificheranno su tutto il territorio della provincia di Bologna? E cosa farà il privato sociale, anche sulla scorta di questa ritrovata scintilla di cooperazione? Avrà il coraggio di assumersi la responsabilità politica del proprio ruolo tanto rispetto al committente che ai suoi dipendenti? Saremo in grado noi operatori e operatrici di auto organizzarci e provare ad essere il motore di una lotta unificante come lo è stata quella contro lo sgombero coatto del Mattei? L’esperienza vissuta da molti e molte di noi in quei giorni così intensi, fuori e dentro il centro, in cui forse mai come prima abbiamo sentito di mettere in atto qualcosa di veramente politico con le nostre competenze professionali, può servire a produrre una consapevolezza diversa su quel che dovrebbe essere il nostro lavoro? O, più generalmente, un’idea e una pratica diversa, più conflittuale perché più consapevole, di cosa significa, veramente, fare accoglienza?

Sono interrogativi ormai ineludibili, che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle e che assediano incessantemente le nostre teste e i nostri discorsi. Lavorare nelle e per le istituzioni è difficile ma garantisce una pur ambigua stabilità; auto organizzarsi per superarle e dar vita a qualcosa di più autentico è un lavoro infinitamente più difficile. Sopravvivremo certo all’accoglienza come son sopravvissute le migliaia di persone che ci sono passate attraverso, ma non possiamo più tenere in piedi quella stessa finizione che ci vede scomparire.

Savino Claudio Reggente

Savino Claudio Reggente (savio.claudio.reg@gmail.com) è nato a Venosa nel 1986 e ha incontrato il mondo dell’immigrazione sui campi di pomodoro prima che nei campi dell'accoglienza. Lavora a Bologna come operatore Sprar da oltre quattro anni. È collaboratore della rivista Gli asini e ha partecipato alle precedenti edizioni de Le strade del mondo sia in veste di corsista che nelle fasi di ideazione.

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