Il caso Mattei 1. Cronaca di un presidio

Non stiamo parlando del film di Francesco Rosi dedicato alla figura di Enrico Mattei, ma della chiusura improvvisa e scomposta, su mandato del Ministero dell’interno e attuato dalla prefettura di Bologna, del centro regionale di prima accoglienza e di smistamento di via Mattei, avvenuta tra il 7 e l’11 giugno scorsi sotto lo sguardo di un’ampia, reattiva e finalmente efficace mobilitazione cittadina (ma nel silenzio di gran parte dei media nazionali).

Davanti a tanta irrazionalità come si fa a non pensar male? A pensare cioè che la chiusura del’hub di via Mattei non nasca da esigenze organizzative e gestionali, ma nasconda piuttosto altri fini?

L’irrazionalità sta nel fatto che anche volendo chiudere il centro per le ragioni addotte dalla prefettura (“urgenti lavori di manutenzione”) c’erano tutte le condizioni per farlo, come si è visto in finale di partita, con il tempo necessario, senza mandare allo sbando gli ospiti della struttura, evitando probabili licenziamenti di molti giovani lavoratori e una tensione che sarebbe potuta sfociare in azioni scomposte e violente.

E pensando male, durante la mobilitazione qualcuno in strada vociferava che al posto del centro di prima accoglienza e smistamento i funzionari del Ministero dell’interno vogliano costruire il nuovo Cpr (Centro di permanenza per i rimpatri) o che lo “sgombero” del Mattei (viene da chiamarlo così, viste le modalità con cui è avvenuta la chiusura del centro) sia stata un’azione dimostrativa in risposta alla posizione delle tante cooperative cittadine e regionali che si sono sfilate dai nuovi bandi della prefettura per la gestione dell’accoglienza.

Anche fossero solo cattivi pensieri è bene che i territori che ospitano richiedenti asilo, le cooperative che li hanno “gestiti” in questi anni, i loro amici e in primis loro stessi inizino a prepararsi: quello che è successo in forma rozza e aggressiva a Bologna potrebbe capitare presto, magari in “guanti bianchi”, in altre città e in altri comuni. Laddove gli enti gestori non si presenteranno ai nuovi bandi (come sta succedendo ad esempio a Modena, Reggio Emilia e Ferrara) potremo assistere a deportazioni di gruppo come quella tentata a Bologna.

Ma a Bologna, a differenza di quanto avvenuto ad esempio a inizio anno a Castelnuovo di Porto, abbiamo intravisto anche una cooperazione inedita, molto reattiva ed efficace, tra soggetti che normalmente faticano a dialogare tra loro – centri sociali, gruppi autoconvocati di operatori dell’accoglienza, ma anche coordinatori delle cooperative bolognesi, associazioni giuridiche, parrocchie, Caritas diocesana e persone comuni – che hanno trovato il canale giusto per mettere alle corde istituzioni locali e nazionali costringendole a trovare soluzioni alternative ragionevoli e dignitose per i circa 170 ospiti del Mattei. Una forma di collaborazione che bisognerebbe iniziare a esplorare non solo in situazioni di emergenza come quella di Bologna, ma anche nella gestione ordinaria dei flussi migratori che attraversano le nostre città.

Certo rimane ancora aperta la delicata posizione contrattuale dei circa 40 lavoratori che gravitavano intorno al Mattei. La lotta per la difesa dei loro posti di lavoro non dovrebbe essere disgiunta dallo sforzo di immaginare e costruire forme di accoglienza molto diverse da quella che avveniva dentro le mura del Mattei e in tanti cas e sprar della penisola.

Di seguito la cronaca di quelle giornate annotata da alcuni degli operatori e delle operatrici che hanno partecipato alla mobilitazione. (Luigi Monti)

 

In data venerdì 07 giugno la Prefettura di Bologna ha inviato comunicazione al Consorzio l’Arcolaio, gestore dell’Hub regionale, dell’imminente chiusura del centro prevista in data 14 giugno per necessità di apportare dei lavori di ristrutturazione all’immobile. Con solo una settimana di preavviso, il prefetto Patrizia Impresa ha dunque annunciato la disposizione del trasferimento coatto a Caltanissetta dei 183 migranti presenti nel Centro, eccezion fatta per donne e nuclei familiari da accogliere in strutture del territorio regionale. La notizia ha colto tutti di sorpresa non solo perché non sono stati esplicitati gli interventi necessari né le tempistiche previste, ma anche perché l’operazione ha improvvisamente polverizzato la gara d’appalto –ancora aperta – volta alla trasformazione del Centro da Hub regionale a centro d’accoglienza straordinaria (Cas) per un massimo di 200 posti, come da capitolato entrato in vigore con il decreto-legge 4 ottobre 2018, n. 113, la cui assegnazione era prevista per i primi di luglio.

La trasformazione dell’hub (struttura adibita al transito temporaneo dei richiedenti asilo prima di essere ricollocati in Regione) in un Cas di lunga permanenza si inserisce all’interno del nuovo capitolato ministeriale per i bandi Cas, che tende a premiare i grandi centri a discapito dell’accoglienza in piccole strutture-appartamento, tipica del modello bolognese di accoglienza diffusa. Infatti, i tagli alla quota pro-capite/pro-die previsti rendono insostenibili i costi di servizi che non siano strettamente connessi all’accoglienza materiale, abbassando notevolmente la qualità degli stessi e implicando tagli al personale dedicato. In conseguenza di questo meccanismo, il bando per i piccoli cas di accoglienza diffusa indetto sempre dalla Prefettura di Bologna è andato deserto, ad eccezione di 40 posti aggiudicati da una cooperativa veneta.

Alla notizia della chiusura, lavoratori dell’accoglienza, sindacati di base e società civile hanno risposto mobilitandosi a partire da sabato mattina per prendere posizione e denunciare una decisione che, da un giorno all’altro, avrebbe significato la perdita di circa 50 posti di lavoro collegati all’HUB e la brusca interruzione dei percorsi legali, formativi, lavorativi e di salute di molti ospiti che da più di un anno si trovavano sul territorio. Con lo slogan “No deportazioni e no licenziamenti” i lavoratori dell’accoglienza sono intervenuti in tutti gli spazi che offrivano visibilità alla vertenza, compreso il dibattito di “Repubblica delle Idee” in corso Piazza Maggiore, alla presenza di don Ciotti, Luigi Manconi, Aboubakar Soumahoro e Michela Murgia e, domenica 9 giugno, in apertura all’intervento di Mimmo Lucano (ex-sindaco di Riace) e al “Biografilm Festival”.

L’ente gestore Consorzio l’Arcolaio, in vista di un annunciato incontro in Prefettura previsto per lunedì 10 giugno, ha stilato una proposta di ristrutturazione compatibile con la permanenza degli ospiti nel Centro. A seguito della disdetta dell’appuntamento da parte della Prefettura, un presidio di lavoratori, sigle sindacali e cittadini sensibili ha ottenuto un incontro tra una propria delegazione e il viceprefetto, che ha confermato la direttiva ministeriale di chiusura del centro e il conseguente trasferimento delle persone, sostenendo inoltre di averlo comunicato al Comune di Bologna. A seguito di un momento assembleare nella corte di Palazzo d’Accursio, i manifestanti hanno presenziato al Consiglio Comunale previsto per quel giorno, dove è stato approvato un ordine del giorno di Coalizione Civica con la richiesta di apertura di un tavolo di contrattazione con la Prefettura, il Comune di Bologna, i sindacati, gli enti gestori e la gestione concordata dei lavori di ristrutturazione del centro. Il pomeriggio stesso la Prefettura ha inaspettatamente deciso di anticipare la chiusura al giorno seguente, martedì 11 giugno.

Alla notizia sull’anticipazione dei tempi, gli operatori dell’accoglienza hanno messo in atto un servizio di informativa che ha permesso alle persone ospitate al Mattei di sapere cosa stesse accadendo, avvertendoli del fatto che restando nel centro sarebbero stati portati nel Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Caltanissetta. La notte stessa alcuni ospiti si sono allontanati dal centro.

Il mattino dopo, un presidio composto da lavoratori dell’accoglienza, sindacati e cittadini si è radunato fuori dall’hub per fornire supporto e indicazioni utili agli ospiti usciti, attivando una rete di solidarietà inedita tra associazioni, centri sociali e realtà bolognesi sia laiche che religiose per la ricerca di soluzioni abitative di emergenza. Nonostante l’accorato invito a presenziare al presidio e la richiesta di un supporto nella ricerca di soluzioni alternative rivolti all’amministrazione comunale, il sindaco Virginio Merola ha declinato ogni responsabilità attribuendola alla Prefettura. Gli unici rappresentanti istituzionali presenti sono stati i consiglieri comunali Emily Clancy e Francesco Errani e i sindaci di Casalecchio di Reno e Sasso Marconi. Il supporto di avvocati, medici, operatori, mediatori e volontari sia dentro che fuori dal Centro è stato dunque fondamentale per tutelare le persone dal punto di vista legale, sanitario e logistico. In conclusione delle informative individuali, solo 39 persone hanno accettato di partire per Caltanissetta, mentre circa una sessantina si sono unite al presidio.

La sera, in Piazza Nettuno, l’assessore al welfare Barigazzi, l’assessore a cultura, turismo e promozione della città Lepore e l’assessore al lavoro Lombardo hanno accolto una delegazione composta da rappresentanti dei lavoratori, rappresentanti sindacali e rappresentanti dell’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione). Nonostante una prima risposta non risolutiva, i vincoli sui trasferimenti dall’HUB in altre regioni, imposti dall’Intesa siglata il 10 luglio 2014 (Rep. Atti n. 77/CU) in sede di Conferenza unificata governo, regioni ed enti locali, sanciscono il diritto di ogni singolo/a richiedente asilo a trovare una collocazione in ambito regionale stabilendo così la responsabilità della Prefettura nella ricollocazione in regione degli ospiti. La Prefettura ha quindi dovuto compiere un passo indietro, impegnandosi nella ricerca di posti (già) disponibili sul territorio.

A seguito dell’accordo raggiunto e sul finire di una giornata estenuante, tanti attivisti sono rimasti per riaccompagnare gli ospiti all’hub e assicurare che i trasferimenti si svolgessero nella massima tutela delle condizioni sanitarie, legali e, ove possibile, in considerazione delle esigenze lavorative di ciascuno. Alle 4:30 del mattino l’ultimo ospite, che da lì a poche ore avrebbe avuto l’audizione in commissione territoriale, è stato ricollocato su Bologna.

Al di là del compromesso raggiunto tra le Istituzioni, il risultato è merito dell’impegno e alla determinazione di tutti gli operatori sociali dell’accoglienza di Bologna e distretti, del supporto dei legali, dei sindacati e di tutti coloro che hanno preso parte ad una mobilitazione nata dalla capacità di auto-organizzazione e dalla solidarietà tra lavoratori, persone accolte e cittadini.

Resta irrisolto l’interrogativo sulla libera scelta delle 39 persone che sono partite per Caltanissetta, considerato che se fossero rimasti lo avrebbero fatto senza alcun tipo di garanzia di presa in carico dalle Istituzioni, con il rischio concreto di ritrovarsi per strada e potendo contare solo sulla solidarietà dimostrata da associazioni e privati cittadini.

Sul piano occupazionale, giovedì 13 giugno è stato aperto in Città Metropolitana un primo tavolo di confronto tra amministrazione e sindacati confederali e di base, al quale ha partecipato anche una delegazione di lavoratrici e lavoratori dell’accoglienza, supportati da colleghi e cittadini riuniti nuovamente in presidio. Al tavolo, è emersa la mancata comunicazione di dati sul quadro occupazionale attuale da parte degli enti gestori. Sono stati sollevati i seguenti temi:

– la necessità di tutele per lavoratori e lavoratrici in termini di ammortizzatori, riqualificazione professionale, ricollocamento;

– l’importanza dell’assunzione di responsabilità da parte dello Stato;

– la necessità di chiarire e monitorare la futura assegnazione delle strutture prefettizie hub Mattei (bando aperto) e Cas (bando andato deserto);

– l’equiparazione del trattamento delle lavoratrici e dei lavoratori del welfare a quello delle altre categorie lavorative;

– l’importanza di dare continuità a questo tavolo sul lavoro.

Per questi motivi l’assessore Lombardo si è impegnato a riconvocare le organizzazioni sindacali con le lavoratrici e i lavoratori, a seguito dei successivi tavoli con enti gestori e Prefettura. I prossimi incontri rappresenteranno un’ulteriore occasione per porre un problema che, con l’entrata in vigore dei nuovi bandi, non interesserà solo i 50 lavoratori dell’hub ma, secondo alcune stime, almeno 20.000 operatori in tutta Italia. Si tratta di personale altamente qualificato e adeguatamente formato, professionisti di un settore troppo spesso in balia di facili semplificazioni, tanto chiacchierato quanto poco conosciuto.

La loro mobilitazione è stato il fulcro delle proteste e un argine alla degenerazione di una situazione di una gravità e una violenza estrema, di cui possiamo solo immaginare le conseguenze sociali in termini di aumento delle condizioni di marginalità e precarietà sulla vita di centinaia di individui.

Come lavoratrici e lavoratori manterremo alta l’attenzione e la partecipazione per il rispetto dei diritti di tutte e tutti.

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