Cosmopoliti di tutto il mondo
illustrazione di Adelchi Galloni

Una versione più lunga di questa recensione a un vecchio pamphlet di Jacques Derrida è uscita su Doppiozero il 17 agosto scorso.

 

Occorre un cambio di paradigma. Per questo motivo bisognerebbe invitare a leggere o a rileggere questo volumetto di Jacques Derrida, Cosmopoliti di tutti i paesi, ancora uno sforzo!, tradotto da Bruno Moroncini, che l’editore napoletano Cronopio ha molto opportunamente appena fatto uscire in una nuova edizione. Nell’attuale povertà di proposte – quasi una stasi sintomatica di una presunta impossibilità di fare – poter contare sull’aiuto di Derrida non è da poco. La sinistra italiana, in cronica mancanza di idee quando si parla di immigrazione, invece che inseguire le destre su questo terreno e baloccarsi con una sorta di postuma esaltazione dei suoi peggiori ministri del recente passato, dovrebbe non perdere l’occasione di confrontarsi con l’ipotesi che qui affiora. 

Per Derrida esiste un doppio movimento che contrappone e tiene insieme il globale e il locale. Una dimensione interroga e interpella l’altra. La prima ha nel mondo del movimento delle merci e della delocalizzazione della produzione i suoi segni prioritari; la seconda ha nella città la sua espressione politica per eccellenza. La città è all’origine della nostra concezione politica. Politica e polis sono inseparabili fin dal nome. Ma la città, argomenta Derrida, è sin da sempre Città-rifugio, è città d’accoglienza, anche solo per fini commerciali e di sopravvivenza reciproca. Occorre dunque pensare la polis non come ciò che si costruisce a baluardo del fuori e dei suoi abitanti, ma come strettamente intrecciata alla presenza di stranieri. Se oggi si può ancora parlare di utopia, questa è l’utopia di Cosmopoliti di tutti i paesi: porre al centro la questione della città e a partire da essa trasformare la politica degli Stati. 

Non è possibile qui non pensare alla Riace di Mimmo Lucano o all’esperienza di altri comuni italiani, piccoli o grandi, in cui – spesso in mancanza d’altre opzioni, cioè operando in una sorta di deserto legislativo e culturale dal punto di vista nazionale – la città è stata il motore di un’invenzione politica. Se non vuole rischiare di seguire gli Stati nel loro declino senza fine, nella loro decadenza rabbiosa e violenta, occorre che la città sia capace di trasformare l’idea stessa di appartenenza a una Nazione, che è ancora la grande impasse di un’Europa che si vorrebbe comunitaria al di là delle differenze regionali. Ripensare l’agenda politica a cominciare dalla città diventa allora un passaggio irrinunciabile, “perché speriamo da una nuova figura della città ciò che quasi rinunciamo ad attenderci dallo Stato”. 

Con tutta evidenza la soluzione rimette in gioco un antichissimo conflitto, inscritto nell’atto di nascita dello Stato-nazione: il conflitto tra quello stesso Stato, interessato al controllo del territorio, e tutti quegli organismi singolari, spesso differenti sino all’incompatibilità, che sono appunto le città: “fino a che punto l’adesione alla rete delle «città-rifugio» rischia di mettere in conflitto la singola città con le leggi dello Stato cui appartiene? Di fronte alla possibilità che lo Stato approvi una legge restrittiva in materia di asilo politico o asilo umanitario, quale sarà l’atteggiamento delle città-rifugio?”.

Il conflitto tra Stato e città resta sullo sfondo di tutta la proposta di Derrida, così come è stato prontamente riattivato di recente a proposito di Riace, nella liquidazione di un modello virtuoso di accoglienza e di esperimento politico. Al di là delle vicende giudiziarie e delle speculazioni politiche, il Caso Riace ha mostrato come, accanto alle grandi forme della collocazione distributiva dei migranti – che sempre fanno gola alle mafie – esistano forme di riqualificazione e di scommessa sul territorio, che non sono onerose, ma anzi vantaggiose per il territorio stesso. Scrive Derrida: “Se il nome e l’identità di qualcosa come la città hanno ancora un senso e restano l’oggetto di una referenza pertinente, una città può allora elevarsi al di sopra degli Stati-nazione o almeno affrancarsene in limiti da determinare, per diventare, secondo una nuova accezione della parola, una città franca quando si tratta di ospitalità e di rifugio?”. 

Per fare un passo avanti in questa direzione, è innanzitutto a un lavoro sul linguaggio che occorre appellarsi. Lavoro oggi tanto più urgente, quanto più la discussione politica mostra evidenti segni di quella “necrosi della lingua” di cui parlava già Italo Calvino in una famosa lettera a Gianni Scalia. Nella cancellazione del linguaggio, nel prevalere delle “idee senza parole”, secondo la lucida formula di Furio Jesi, nell’epoca di una lingua che in nome della comunicazione cancella le questioni per rendere apparentemente la vita più facile, ma non più felice, occorre vigilare con ancora maggiore attenzione sulle parole e sulle distinzioni linguistiche, di cui si nutrono il cosiddetto dibattito pubblico e le decisioni della politica.

Con grande acume Derrida aveva visto già negli anni ‘90 l’incombente ricchezza di questioni che le migrazioni avrebbero portato all’interno dell’orizzonte europeo: “Nel momento in cui si pretende di abolire le frontiere interne, si procede a un blocco ancora più stretto delle frontiere esterne della cosiddetta Unione Europea. Coloro che chiedono asilo bussano successivamente alle porte di ciascuno degli Stati dell’Unione europea e finiscono per essere respinti a tutte le frontiere. Con il pretesto di lottare contro un’immigrazione travestita da esilio o in fuga dalla persecuzione politica, gli Stati respingono sempre più spesso le domande di diritto d’asilo… lasciano che sia la polizia a fare la legge”. L’unica istanza diventa quella della polizia, come un altro acuto osservatore del Novecento, Walter Benjamin, aveva a suo tempo prontamente profetizzato. Senza invenzione politica, senza il coraggio che serve perché la polis sia qualcosa in più di una semplice espressione territoriale, non si evita che le città perdano vitalità propositiva per chi ci vive, per esempio musealizzandosi. Giocoforza allora soccombere alle istanze poliziesco-securitarie della nostra Società: la polizia finisce per sostituire la politica, diventa la vera erede della polis, ossia ne decreta la morte ad oltranza. Da qui sorge quella equiparazione di illegalità e terrorismo, che è il vero sintomo della brutalità linguistica e politica della nostra epoca. 

Ecco perché rimettere in gioco le questioni dell’abitare, dell’ospitalità, dell’accoglienza, non è fare opera umanitaria, non è provvedere a dotare la politica di un’etica – magari poi definita “buonista” su Facebook – ma è propriamente un aspetto integrale della polis e della politica stessa. Se osservato con la giusta attenzione, il progetto della Riace di Lucano è coinciso proprio con l’idea di una politica partecipativa. Si tratta indubbiamente di un progetto faticoso, ma di una fatica necessaria per una democrazia che non può essere ridotta a mera forma parlamentare. Noi oggi ci risparmiamo troppo spesso a questa fatica, attraverso una delega sconfinata su questioni che ci riguardano direttamente. Alla lunga questa delega si traduce in una rinuncia a discutere le condizioni concrete del nostro abitare sulla terra e a guardare la contemporaneità per quello che è. Rinunciamo a discutere non di altri – migranti o chissà chi – ma delle nostre stesse vite, così strettamente collegate, le une alle altre.

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