Una scuola di formazione e quello che le accade intorno. La sanatoria 2020

Quando alla fine di aprile insieme a Fondazione Villa Emma stavamo mettendo a punto il programma delle “Strade del mondo”, si è iniziato a parlare di sanatoria. Con gli amici di un paio di associazioni con cui a Nonantola mi occupo di immigrazione e lavoro sociale – Giunchiglia-11 e Anni in fuga – decidiamo di seguire da vicino, fin dal suo iter parlamentare, la procedura di regolarizzazione poi inserita nell’articolo 103 del cosiddetto “Decreto Rilancio”. Il perché ci siamo buttati a testa bassa in quella che alla fine si è rivelata una delle esperienze professionali più frustranti e per certi aspetti degradanti che mi sia capitato di vivere è da ricercare negli esiti di un incontro pubblico – Il collo dell’imbuto – che avevamo organizzato appena prima del lockdown in cui abbiamo cercato di fare il punto sullo stato dell’arte dell’accoglienza, a Nonantola come in Italia: eravamo e siamo seriamente preoccupati per i 60 dei circa 65 richiedenti asilo del territorio che hanno ricevuto un diniego in commissione (in provincia parliamo di circa 1300 persone) e che rischiano, se anche il ricorso in tribunale dovesse andare male, di diventare irregolari dalla mattina alla sera. Uomini e ragazzi che vivono a Nonantola da quasi quattro anni, studiano, lavorano, stanno iniziando a prendere la patente e ad affittare appartamenti. Diversi partecipano attivamente alla vita cittadina, qualcuno ha perfino fondato un’associazione. Infine, particolare non secondario, con molti di loro abbiamo relazioni strette, con qualcuno di vera e propria amicizia.

Uno degli effetti collaterali che più rinfaccio a questa sanatoria è di rinforzare un primato della giurisprudenza che, anche con gli operatori e amici avvocati che in questi anni hanno costruito insieme a noi “Le strade del mondo”, ho sempre cercato di mettere in discussione: ho visto troppe persone, in questi anni di “accoglienza”, buttare via le proprie giornate, le proprie spinte vitali, la capacità di sfangarsela da soli (autorilevarsi da sé medesimi, dicevano i socialisti dell’800 a proposito dei subalterni) nel rincorrere documenti (carte d’identità, codici fiscali, permessi di soggiorno) che dovrebbero essere solo un viatico per iniziare a ricostruirsi una vita qui, non la vita stessa. Eppure, a sentir parlare di sanatoria il primo pensiero è stato che per molti dei sessanta richiedenti asilo di Nonantola (all’incirca la metà, dicono le statistiche) questa misura poteva essere l’ultimo treno prima della clandestinità.

Durante le prime settimane di lockdown iniziano a girare dichiarazioni allarmistiche delle associazioni agricole che denunciano il rischio della mancanza di manodopera per la raccolta estiva a causa dell’impossibilità degli stagionali provenienti dall’est Europa di raggiungere l’Italia. Qualcuno ipotizza perfino di organizzare voli charter per andare a prendere i braccianti direttamente a casa. Questi allarmi offrono il gancio al Governo, tramite la ministra delle politiche agricole Bellanova, per imbastire un piano di regolarizzazione su cui probabilmente meditava da tempo, sia per marcare la differenza con il precedente esecutivo, sia per mettere una pezza al problema delle centinaia di migliaia di irregolari in giro per l’Italia, sia infine per trovare una via d’uscita giuridica al cul de sac in cui stanno finendo i richiedenti asilo inseriti nel sistema dell’accoglienza.

La bozza inizia a circolare tra la fine di aprile e i primi di maggio. Un delirio, sia dal punto di vista della lingua (associazioni di avvocati e di attivisti si accapiglieranno per diverse settimane sull’interpretazione del significato di quel “con permesso scaduto dal 31 ottobre 2019”, data dirimente per poter accedere a una delle due procedure di regolarizzazione) sia dal punto di vista della sua praticabilità (le condizioni sono così tante e così astruse che anche solo capire se si possiedono i requisiti porterà via ai potenziali beneficiari tempo ed energie preziose da dedicare piuttosto alla ricerca di lavori che consentano loro di accedere alla sanatoria).

Sovrapponendo l’impianto del decreto alle biografie dei richiedenti asilo di Nonantola ci accorgiamo subito che la maggior parte di loro non vi rientrerebbe. Gli aspetti più critici sono i costi – 500 € a carico di un datore di lavoro che nel caso dei richiedenti asilo potrebbe fare lo stesso contratto, alla stessa persona, senza passare dagli oneri della sanatoria – gli ambiti lavorativi previsti – soltanto tre, agricoltura, lavoro domestico e cura della persona, mentre rimangono fuori altri settori in cui gli stranieri sono molto più presenti – e le tempistiche – la necessità di avere il permesso scaduto dopo il 31 ottobre del 2019, che taglia fuori tutti i richiedenti asilo, i cui permessi dovrebbero essere rinnovati. Stando così le cose, ci rendiamo conto che la realtà dentro quel testo non ci rientrerebbe quasi per niente e che solo contratti fittizi, costruiti ad hoc (allo scopo di aiutare o al contrario di sfruttare qualcuno) potranno percorrere la strada indicata dalla sanatoria.

Mentre molti centri sociali e gruppi antagonisti sfogano le loro frustrazioni contro il decreto e lo rifiutano in toto – o tutti o nessuno! – noi cerchiamo di sublimarle pensando che qualcuno sia meglio di nessuno e proviamo a studiare e postillare il testo e a scrivere dei possibili emendamenti correttivi da proporre a parlamentari disposti a farli propri e perorarli al momento della trasformazione del decreto in legge. La stessa operazione viene tentata da campagne nazionali ben più rilevanti e autorevoli della nostra, come quella di “Io accolgo”, “Siamo qui” e quella molto ben fatta del neonato gruppo “Grei 250”.

Le proposte arrivano a diversi deputati della maggioranza e abbiamo modo di constatare che effettivamente emendamenti simili ai nostri vengono presentati alla discussione delle commissioni parlamentari. Inspiegabilmente però in Commissione bilancio molti emendamenti vengono ritirati dagli stessi proponenti o bocciati anche coi voti dei parlamentari della maggioranza. A oggi non ci è ancora stata data spiegazione del perché di questa scelta. L’articolo 103 viene convertito senza nessuna modifica.

Alle persone che ci chiedono informazioni suggeriamo di temporeggiare in attesa che gli aspetti più oscuri del decreto si chiariscano. Decidiamo che la prima fase sia tutta e solo improntata a comprendere insieme ai diretti interessati, immigrati irregolari e richiedenti asilo, il contenuto e il senso del testo. Ma già a questo livello la forma del decreto costituisce un problema pressoché insormontabile. La sintassi, l’organizzazione logica e l’impalcatura giuridica sono così complicate, contradditorie e irrazionali che spiegare a migranti, ma anche datori di lavoro italiani, l’impianto complessivo della legge e le modalità di attuazione risulta difficilissimo. Molti rinunciano in partenza. Azzardo un assioma giuridico-pedagogico: una norma che non sia non dico interpretabile ma almeno percorribile in autonomia, senza il bisogno di super esperti che guidino passo a passo, magari nell’inconsapevolezza più totale del diretto interessato, è per sua natura controproduttiva. Nel caso del decreto 103 lo si è visto fin dalle sue prime battute: una legge nata allo scopo di far emergere il lavoro nero, sanare situazioni di sfruttamento e agevolare processi di integrazione ha generato immediatamente processi di “disintegrazione” e nuovi canali di sfruttamento.

Tra giugno e agosto, nella piazza del paese, incontriamo ripetutamente, sia individualmente che in gruppo, trentasei richiedenti asilo, tre immigrati irregolari e una quindicina di datori di lavoro che cercano spiegazioni e rassicurazioni in merito alla procedura di regolarizzazione. Ad aiutarci, due cartelloni, uno per ognuna delle “strade” previste dalla sanatoria (i famosi comma 1 e 2), nei quali abbiamo cercato di tradurre in termini comprensibili i requisiti necessari per accedere alla procedura. A chi ci sottoponeva casi particolari (e presto ci siamo accorti che erano tutti “casi particolari”) davamo appuntamenti individuali per verificare, caso per caso, chi avesse realmente le carte in regola, con chi valesse la pena “forzare” la mano, con chi lasciar perdere in partenza.

Contemporaneamente avviamo contatti con associazioni di categoria, sindacati e patronati per preparare il terreno sia con i datori di lavoro che con chi dovrà seguirli nell’invio della domanda. Quello a cui puntiamo è di far prendere il treno della sanatoria al maggior numero possibile di persone, senza sostituirci a nessuno, lasciando loro l’ultima parola, ma sapendo che intorno a loro la trappola dell’iter giuridico della domanda d’asilo si sta per chiudere.

Diversi di questi incontri si trasformeranno in altrettante domande di regolarizzazione. In molti casi, quando tra alcune settimane verrà il momento della convocazione in prefettura o in questura per l’avvio effettivo della pratica, ci sarà ancora da combattere contro l’inerzia della burocrazia affinché le pratiche non si blocchino prima dell’ottenimento dell’agognato permesso.

Il risultato di quella disfatta del buon senso che è stato l’articolo 103 del “Decreto Rilancio” lo abbiamo riscontrato attraverso ognuna delle trentasei persone incontrate: un delirante e nella maggior parte dei casi impraticabile gioco di incastri tra il tipo di lavoro, la data di scadenza dell’ultimo permesso di soggiorno, la volontà dei datori di lavoro, la posizione confusa e in alcuni casi ambigua delle associazioni di categoria (che da una parte lanciavano l’allarme per l’assenza di braccianti agricoli, dall’altra scoraggiavano i loro associati a procedere con le domande di regolarizzazione per non avere troppe beghe con l’ispettorato del lavoro), la scarsa competenza e disponibilità di tempo di sindacati e patronati (con l’eccezione di una simpatica operatrice delle Acli che sostituiva la collega dell’ufficio colf e badanti) e perfino l’accondiscendenza dell’impiegato di turno alla posta! Un gioco di incastri che ha svelato tutta l’irrazionalità e la discrezionalità di una norma che poteva stabilizzare più di mezzo milione di persone, rimpinguare le casse dello stato, sanare le follie giurisdizionali con cui abbiamo gestito l’accoglienza in questi anni e che invece ha consumato tempo, intelligenza e spirito di chi quel gioco l’ha tentato.

Attraverso questo lavoro di informazione abbiamo visto partire una ventina di domande di regolarizzazione. Speriamo che qualcuna vada a buon fine. Ma nel complesso, quali sono stati gli effetti immediati di questa cosiddetta “sanatoria”? Ecco un elenco parziale di ciò che abbiamo potuto vedere da vicino in queste settimane di delirio.

Un continuo rimpallarsi di informazioni discordanti (da parte di associazioni di avvocati, prefetture, ministeri, questure) che hanno accompagnato fino all’ultimo tutta la fase di sanatoria, costringendo a ridefinire ogni volta le interpretazioni del testo e le procedure di attuazione. Questo ha significato dover chiamare, richiamare, rivedere, rispiegare, rimotivare per circa due mesi persone che vivono costantemente nella precarietà e nell’incertezza (professionale ed esistenziale) e che la sanatoria, percepita prima come un’importante via d’uscita dall’imbuto in cui stavano finendo e poi come ennesimo vicolo cieco, ha ulteriormente abbandonato a un senso di fatalistica rinuncia (postura che anche io, lo confesso, inizio a pensare piuttosto ragionevole).

Persone che, anche con il nostro appoggio, hanno seriamente vagliato la possibilità di licenziarsi e cercare un lavoro negli ambiti previsti dalla sanatoria. Per fortuna, noi e loro, siamo rinsaviti prima di arrivare in fondo a una tale follia. Ma quanti in giro per l’Italia l’avranno fatto?

Persone che avevano un contratto a tempo pieno in un ambito non previsto dalla sanatoria e che hanno concordato una riduzione dell’orario di lavoro per poter stipulare altri fragili contratti che consentissero loro l’invio della domanda di regolarizzazione.

Un proliferare impercettibile ma diffusissimo di episodi di corruzione e un mercimonio di contratti finti, pagati in alcuni casi fino a 4 o 5mila euro. Debiti che potranno essere estinti solo dopo molti anni di lavoro e che rappresentano un humus perfetto per fenomeni di sfruttamento, violenza e criminalità non necessariamente organizzata.

I dati nazionali ci dicono che sono state inoltrate circa 207mila domande. Un terzo di coloro che ne potevano beneficiare. Di queste, l’ottantacinque per cento riguardano badanti e soprattutto colf e non l’ambito agricolo tanto invocato dalle associazioni di categoria e tanto decantato dal Governo che l’ha venduto come il target principale della sanatoria. Se mai ci saranno dati più dettagliati, sarà interessante capire il profilo di queste domande (immigrati irregolari o richiedenti asilo?) e la natura dei contratti (reali, fittizi, comprati?) Temo risulterà evidente il disastro giuridico e democratico che ha coinvolto non solo chi ha pensato e scritto la legge, ma anche tutti gli attori che, più o meno consapevolmente, hanno avuto un ruolo nella sua applicazione: oltre ovviamente a operatori di prefetture e questure, anche sindacati, patronati, caf, amministrazioni locali, cooperative sociali, associazioni di categoria, organizzazioni di volontariato, centri sociali, attivisti e perfino uffici postali.

Alla fine a Nonantola abbiamo inoltrato o visto inoltrare diverse promesse di lavoro che hanno consentito ad altrettante persone di sottrarsi a contratti fittizi fatti a scopo economico e di estorsione. Ma anche pensando alle pratiche che si sono incanalate nella giusta direzione non riesco a non provare un senso di frustrazione e degrado. Degrado dell’intelligenza, del tempo e dello spirito, nostri come delle persone che abbiamo cercato di aiutare.

Inutile continuare a girarci intorno. In questo modo non usciremo dall’impasse in cui siamo finiti. Bisogna decidere finalmente cosa fare di tutte queste persone intrappolate nelle maglie delle politiche migratorie e nell’imbuto della domanda di asilo, senza fingere che sia un problema giuridico da commissioni territoriali, tribunali o studi di avvocati e non, semplicemente, politico. Non sarà il punto di arrivo, ma almeno inizieranno a vivere.

Forse, tornando al tema delle “Strade del mondo” di quest’anno, l’unico aspetto positivo di tutta questa faccenda è che ci ha consentito di entrare in contatto con persone che conoscevamo solo superficialmente e di approfondirne le storie, professionali e umane. Certo il rischio è che se qualcuna di queste storie non verrà “registrata”, archiviata, connessa alle altre storie (di datori di lavoro, operatori di patronati, persone comuni) e restituita in qualche forma a loro e alle istituzioni del territorio in cui vivono, il senso di frustrazione e di degrado sarà ancora maggiore.

Una diversa versione di questo articolo uscirà sul numero di ottobre della rivista Gli asini.

Luigi Monti

Luigi Monti (cinnozobel@gmail.com) insegna italiano attraverso una piccola associazione di promozione sociale, “Giunchiglia-11”, nella scuola di italiano per stranieri “Frisoun” del Comune di Nonantola. Insieme a Fondazione Villa Emma e Asgi, collabora all’organizzazione della scuola di formazione per operatori dell’accoglienza “Le strade del mondo”. È redattore della rivista di educazione e intervento sociale “Gli asini”.

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