Ripensare dal basso le politiche migratorie

Credo che una scuola permanente per operatori dell’accoglienza (o per “attori” dell’accoglienza, come l’abbiamo ribattezzata) debba oggi tenere presente una pluralità di scopi. Mi pare che l’obiettivo principale di chi si occupa di accoglienza in un contesto socialmente e politicamente ostile e violento come quello attuale sia quello di mettere in campo una serie di azioni, competenze e conoscenze che ci permettano di attuare una forma di resistenza all’imbarbarimento e di mettere in campo azioni, conoscenze e competenze che ci facciano “restare umani” malgrado quello che ci circonda.

Per questo è importante che continuiamo a proporre, con “Le strade del mondo” e con quello che ognuno di noi fa nel proprio ambito, una prospettiva che vada oltre all’opposizione alle norme degli ultimi decreti sicurezza e rilanci obiettivi più ampi: ripensare le nostre politiche migratorie e promuovere nuove modalità di ingresso in Italia.

Credo dunque che un percorso di ricerca per operatori dell’accoglienza, ancora di più se per “attori” dell’accoglienza, come l’abbiamo rinominato, debba toccare alcune grandi questioni che potrebbero essere:

  1. il quadro normativo e un aggiornamento costante sulla giurisprudenza, le forme di resistenza attuate a livello locale, le possibilità di contrastare l’erosione dei diritti di cittadinanza dei profughi presenti in Italia. È importante che ci sia circolarità di informazioni in modo da restare al corrente di come la situazione si evolve e sentirsi parte di una rete che comprende diverse realtà e associazioni e che dialoga e si rapporta anche con le istituzioni (a livello locale e nazionale);
  2. la comunicazione verso la società in cui viviamo. In questo senso è importante, fare lo sforzo di ascoltare le posizioni diverse dalle nostre e evitare di chiudere la comunicazione con chi si trova dall’“altra parte”. Penso sia importante riuscire a mettersi in contatto con le rappresentazioni degli altri, le paure, le difese e di non apparire come i depositari della verità e della moralità assolute facendo lo sforzo di mettersi nei panni dell’altro. In questo senso gli operatori dell’accoglienza hanno bisogno di luoghi in cui confrontarsi su come elaborare forme di comunicazione efficaci e comprensibili ai più per riuscire a entrare in contatto con l’esterno e non correre il rischio di “suonarcela e cantarcela” sempre fra di noi;
  3. per svolgere un’efficace azione comunicativa e politica è necessario fare il possibile per trasmettere contenuti autentici che nascano da un incontro vero e personale con i profughi che accogliamo nei nostri servizi, evitando di assumere posizioni militanti per partito preso, ma che siano al contrario frutto della nostra riflessione e del nostro vissuto costruito con i migranti. È quindi necessario essere informati sui paesi da cui provengono i profughi che sono presenti sul nostro territorio perché i contesti di provenienza influenzano anche i percorsi di integrazione, le proposte che possiamo fare loro, gli obiettivi da porsi e ci aiutano a comprendere anche eventuali difficoltà o fragilità nell’inserirsi nei nostri contesti socioculturali;
  4. parallelamente è necessario che gli operatori siano dotati di strumenti per ottenere una conoscenza accurata delle singole persone attraverso percorsi di conoscenza in situazione / conoscenza-azione, definizione di ipotesi e costruzione dei problemi attraverso azioni, obiettivi e esiti. Per dar corso a questi processi sarà fondamentale il ruolo di mediazione che può essere offerto ad esempio da associazioni di stranieri già da tempo presenti in Italia (sia per i percorsi di conoscenza con i singoli migranti, sia per avere quadri realistici delle condizioni sociali e politiche dei paesi di provenienza);
  5. coinvolgere le nostre comunità in questi percorsi di conoscenza e condivisione diretta con i profughi, lavorando con i diversi soggetti pubblici e privati che abitano il nostro territorio è un modo di fare politica perché forma delle coscienze e delle consapevolezze nella comunità. Mi sembra che la cosa più importante sia muoversi sempre nell’autenticità e proponendo forme di sensibilizzazione che partano dall’incontro diretto fra i singoli profughi e il territorio. In questo senso è importante che la formazione rivolta agli operatori dell’accoglienza riguardi anche il lavoro di comunità, fornendo strumenti e supervisione su come concretamente promuoverlo e realizzarlo nei propri territori.

Penso che agli operatori dovrebbe essere offerta una formazione che copra contemporaneamente tutti questi ambiti perché tutti interdipendenti e necessari.

 

Paolo Prandini

Paolo Prandini (pawlen@libero.it) lavora dal 2005 alla Caritas di Modena dove si occupa in particolare di accoglienza e immigrazione. È fondatore di uno dei gruppi di acquisto solidale di Nonantola col quale, nel 2013, ha avviato una riflessione su temi "sociali" oltre che legati al consumo critico, che ha portato all’incontro con altri gruppi del territorio e alla costituzione del comitato “Anni in fuga”, di cui è parte attiva.

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