Lungo la linea del colore

Luglio, riunione preparatoria alle “Strade del mondo”. Nei pochi secondi che ho impiegato a raggiungere di corsa la macchina appena fuori dalla stazione di Modena, con uno zaino in spalla, una borsa e un ombrello piuttosto inutile a ripararmi dalla pioggia battente, il mio cervello ha fatto in tempo a rilevare l’elevato numero di neri presenti nel piazzale della stazione. Mi ha colpito. Così come nelle ore successive mi ha colpito il numero di neri in giro in bicicletta, a piedi, o seduti nelle poltrone della biblioteca comunale. Ma mi ha colpito altrettanto essere colpita dalla presenza di neri.

Da quattro anni lavoro in una scuola di italiano per rifugiati e richiedenti asilo, abito in una grande città, insomma, non mi aspettavo di sentirmi cosi stranita. Mi ha pure un po’ sfiorato quella fastidiosa, sottile sensazione di invasione che provo in via Paolo Sarpi quando i cinesi parlano e ridono tra loro in cinese mentre io sono davanti alla cassa che aspetto di salire.

Qualche ora dopo, ragionando con una parte del gruppo che organizza “Le strade del mondo” sulla prossima edizione della scuola per operatori e in generale sul sistema d’accoglienza, mi sono resa conto che per me l’accoglienza è associata in automatico alle persone nere. Non agli stranieri in generale, ma proprio ai neri. E non importa se i numeri confermano o no questa mia associazione di idee, mi interessa capire perché è così automatica nella mia testa. Soprattutto se, come sospetto, lo è anche in altre. Ai neri associo anche la parola integrazione. A loro viene con insistenza chiesto di fare degli sforzi per integrarsi. Si attivano corsi, percorsi, feste, attività. Solo ora che, per forza di cose, non possiamo ignorare la presenza di stranieri – perché loro li vediamo – c’è cosi tanta insistenza su questa parola. Dura accettare che degli stranieri possano vivere bene nel nostro paese pur ignorandoci bellamente. Eppure nessuno va a scomodare la comunità cinese o quella albanese affinché quegli adulti si integrino di più. Tra parentesi, perché poi ci si debba integrare subito a tutti i costi, è un bel mistero: la modalità Little Italy/China Town funziona da sempre per avviare le prime due o tre generazioni sul suolo straniero, prima che ci si mescoli un po’ in modo spontaneo. Il gruppo di connazionali apripista fa da punto di riferimento linguistico, da ponte verso il mondo del lavoro, da primo appoggio per l’abitare. Con tutta calma, dopo due, tre generazioni, eventualmente, il primo radicamento territoriale si trasforma in radicamento culturale, sociale e cioè in integrazione.

Mai nella storia, nemmeno in caso di migrazioni molto consistenti, sono esistite strutture di accompagnamento ai migranti cosi importanti come i centri di accoglienza. Che sussistono ai nostri occhi soprattutto per i neri, dicevamo.

È come se i neri fossero gli unici ad aver bisogno di aiuto in questo processo, ma perché? Perché non ce la possono fare come tutti gli altri attraverso comunità di connazionali, reti informali, anche lavoro in nero se necessario, ma in autonomia? Come si decide quali adulti hanno bisogno che gli si insegni a vivere e quali no? Cosa fa degli africani dei migranti da accompagnare?

Il sistema d’accoglienza si autoproclama indispensabile mediatore tra i neri e gli italiani, e così facendo non veicola forse l’idea di una loro naturale incapacità di stare al (nostro) mondo senza questo surplus di “educazione”?

È come se si remasse, noi, proprio noi che attorno a questo sistema di accoglienza gravitiamo pensando di spingere dalla parte opposta, nella stessa direzione dei razzisti, sostenendo questa divisione – implicita ma non troppo – delle persone in categorie: prima gli italiani, secondi gli stranieri che lavorano per noi e si danno da fare, terzi quelli che lavorano tra di loro e se la cavano comunque benone e poi, in fondo alla classifica, i neri: da sempre uomini di serie D, spinti giù dal vagone pieno da tutti gli altri, all’unanimità.

Lungo “linea del colore” si addensano di nuovo le nubi, e forse è il caso di metterci la testa prima che esploda la tempesta. Sarebbe bello avere una pars construens più corposa, e invece son due righe. Il nostro margine di intervento potrebbe essere, si diceva: favorire la costituzione di questi aggregati abitativi, fuori dall’accoglienza, de-istituzionalizzare la presenza e la vita dei neri in Italia, ridargli statuto di adulti attribuendogli la possibilità di cavarsela senza il nostro aiuto.

 

Maria Boli

Maria Boli (maria.boli@hotmail.it) nasce a Milano, cresce altrove e poi torna a Milano, dove si immagina di fare qualsiasi cosa tranne lavorare con gli stranieri. Nel 2015 incontra "Asnada", e da allora lavora con gli stranieri. Nello specifico, insegna nella scuola di lingua italiana per adolescenti: le piace moltissimo.

Questo articolo ha un commento

  1. Marta Boli, mi piacciono e mi convincono le tue riflessioni. Grazie

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