Il resto del mondo

Care “Strade de mondo”,

vivendo all’estero, ammetto che ho un’immagine relativamente sfuocata di una realtà politica e sociale, quella italiana, che si muove con estrema rapidità. Riflettendo sugli incontri a cui ho partecipato a Nonantola, Mantova e altrove, e nella speranza di aggiungere qualcosa alle riflessioni proposte dalle altre persone che partecipano alla vostra ricerca, mi viene voglia di mettere l’accento su un fattore che definirei positivo, emerso dall’esperienza dell’accoglienza degli ultimi anni.

Per molti versi, come altri hanno sottolineato durante la discussione, quella dell’accoglienza è un’esperienza di stallo, di frustrazione, nella quale, da un lato, persone che vorrebbero agire da sole, inseguire i propri sogni, costruirsi una nuova vita (i “migranti”) sono spinte a dichiararsi “vittime”, a divenire oggetto di assistenza, individui privati di una vera libertà di iniziativa e di movimento; e dall’altro, persone che si dedicano all’accoglienza nell’intenzione di entrare in una sincera dinamica di incontro e di scambio (umano, culturale, esistenziale), si trovano a ricoprire una posizione istituzionale che gli sta stretta, che per certi versi percepiscono come disumanizzante, e che spesso impedisce loro la possibilità di un vero incontro.

Dietro questa difficile situazione, che il nuovo quadro politico e istituzionale ci obbliga comunque a ripensare e ridefinire, il lavoro dell’accoglienza di questi anni ha a mio avviso generato anche delle conseguenze più positive. In particolare, la mia impressione è che, anche a causa della rigidità burocratica dei meccanismi dell’asilo, l’accoglienza abbia dato vita ad una nuova curiosità per il “resto del mondo”. Mi spiego meglio. Proprio in ragione della necessità imposta dai meccanismi dell’asilo di registrare storie, verificare fatti, definire pratiche culturali e confini geografici nel modo più dettagliato possibile, il lavoro dell’accoglienza ha obbligato una vasta categoria di persone – dagli operatori, agli avvocati, dai consulenti legali ai giudici, agli operatori sanitari – ad interessarsi a universi culturali extra-europei, sui quali in generale, in Italia, scarseggiano anche le informazioni di base. Non che questa curiosità in molti non ci fosse già prima, ma si tratta, direi, di uno slancio nuovo, per certi versi necessario e urgente. Per quanto riguarda l’Africa in particolare (un continente che in Italia viene rappresentato e discusso spesso con toni che ricordano quelli dell’epoca coloniale) questa situazione mi pare aver creato un nuovo interesse, obbligando persone che fino a qualche anno fa non avevano ragioni particolari per interessarsi alla storia della Nigeria o della Costa d’Avorio (tanto per fare un esempio), o all’antropologia della stregoneria e del colonialismo, ad aprirsi a nuove possibilità di confronto.

Si tratta di un percorso frammentario e incompleto, ma mi pare un segno importante a partire dal quale costruire. In particolare perché, a mio modo di vedere, la deriva salviniana esiste e può continuare ad esistere solo grazie alla dilagante mancanza di conoscenza dell’Altro che si riscontra in Italia. Credo che questa mancanza renda la costruzione di un dialogo paritario con le persone che arrivano in Italia particolarmente difficile, perché apre la strada non solo al razzismo, ma anche al pietismo e all’esotismo che a volte si nascondono dietro lo sguardo delle persone meglio intenzionate. Direi quindi che, anche in chiave politica, sarebbe necessario partire da questo embrionico elemento di positività, da questa apertura per certi versi ancora latente, per insistere sulla conoscenza dei paesi di provenienza (magari con incontri non solo destinati a coloro che questa curiosità già ce l’hanno, ma a un pubblico più ampio), invitando esperti africani ed europei di diversa estrazione culturale e professionale, a raccontare la ricchezza culturale, politica e storica del continente, per promuovere una pedagogia dell’ascolto e della dignità che possa permettere di rompere il cerchio di frustrazione creato dal quadro istituzionale e politico di questi anni.

Alessandro Jedlowski

Alessandro Jedlowski (alessandro.jedlowski@gmail.com) è ricercatore in antropologia culturale all’Università di Liegi in Belgio e docente a contratto di Storia dell’Africa all’Università di Torino. Negli ultimi anni la sua ricerca si è concentrata principalmente sull’analisi delle dimensioni economiche e politiche dei media africani, in particolare in Nigeria, Costa d’Avorio e Etiopia e sui fenomeni migratori dall’Africa verso l’Italia e dall’Africa verso paesi asiatici come l’India e la Cina.

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